lunedì 3 settembre 2012

La (mia) guarigione

Scrivere e descrivere quest'ultimo capitolo con metodologia puramente scientifica o di ricerca lo porterebbero a risultare scontato e privo di emozione. Quindi, ho deciso di non basarmi su fattori "concreti" e freddi. Volendo rendere l'idea del sentimento, dell'emozione che porta il "ritorno alla vita" dopo una malattia come l'anoressia che la vita può anche sottrarla, ho deciso quindi di lasciare pagina bianca ai sentimenti di una come me che ha "avuto il coraggio di tornare".

"Ho vagato a lungo alla ricerca della perfezione, tentando di esprimere quel disagio che mi portavo dentro  e che corrodeva la mia anima, arrivando a corrodere il mio corpo, le mie ossa, la mia libertà e la mia vita. I giorni sono scivolati sulla mia pelle fragile come acqua in tempesta, in un tentativo distorto e malato di "fermare il tempo". Mi sono chiusa a riccio con una forza tale che non credevo nemmeno di possedere. Era l'unica soluzione che vedevo, per difendermi da quel dolore a cui non riuscivo a far fronte.
Quei pungiglioni mi hanno permesso in un primo tempo sì la difesa, ma hanno lentamente logorato il mio sé, comportando un isolamento inconsapevole e non rendendomi più capace di provare e riconoscere le emozioni che colorano la nostra esistenza.
Trova qualcosa che ti renda felice. E fallo.
Alis, estare 2012, libera da tre anni.
È stata una discesa (di peso) all'inferno.
Poi, qualcosa è cambiato. Il fatto è che, come recitava un film: "il cambiamento può essere così costante che non senti neppure la differenza finché non cambia tutto. Può essere un processo così lento che non ti accorgi che la tua vita è meglio o peggio fino a che non è tutto diverso. Oppure il cambiamento può essere radicale, e tutto è diverso in un attimo... è capitato così a me"*.
Ho preso coscienza che rimanendo chiusa nella mia prigione dorata perdevo solamente la mia libertà e che io, di male, non volevo farmene più.
Non avevo mai sentito così intensamente la vita come quando, lentamente e con tanta forza di volontà quanta ce ne vuole per smettere di mangiare, ho cominciato la mia risalita.
Ho capito che siamo fatti per sbagliare, l'errore è la cosa più umana che possa esistere, ma anche per tornare poi indietro.
Dopo è stato un susseguirsi di emozioni rimosse e letargiche che hanno lentamente ripreso vita agli angoli della mia mente, del mio curo, come se il mio sangue si stesse lentamente scongelando e stesse tornando a scorrere nelle mie vene: nel mio corpo che riprendeva un peso in questa vita.
Poiché "la luce non nasce dalle tenebre, ma le tenebre muoiono nella luce".

domenica 2 settembre 2012

Con gli abbracci (e il sostegno) di un amico-testimonianza

Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al finaco di una ragazza anoressica
(10 agosto 2011)

"Prima di vivere quest'esperienza, io dell'anoressia avevo un'idea totalmente diversa." Le sua parole partono dall'inizio: da un problema complesso, quello sociale, che sta alla radice di questa malattia.
Ha voce ferma e decisa L., mentre io lo invito a continuare. "Ero pieno di pregiudizi che mi portavano a commettere terribili errori di valutazione. Ad esempio, pensavo che una persona potesse decidere di propria volontà di non mangiare e imputavo questo assurdo comportamento alla mera presunzione di essere migliore, più forte, più determinata di tutti gli altri. La maggior parte della gente non conosce questa malattia: pensa che quella persona stia bene, nonostante il suo corpo denutrito urli che le cose non stanno affatto così."
E allora viene naturale chidergli come questa malattia si presenta realmente, cos'è l'anoressia. "È una malttia mentale, una malattia grave e dura che purtoppo la gente , in balia dei pregiudizi e dei luoghi comuni, non riesce a considerare nella sua drammatica realtà. Io stesso sono stato, come già detto, vittima di questo meccanismo attraverso il quale ero portato a credere che i sintomi dell'anoressia fossero semplicemente dei vezzi delle persone che ne sono affette (quasi sempre ragazze), al fine di rientrare nei canoni distorti dettati dalla moda."
Egli parla con disprezzo di questi suoi vecchi pregiudizi, la voce si fa dura e mi confessa di arrivare ad odiarsi per quelle convinzioni errate che si era fatto nei confronti dell'anoressia.
Poi sorride e continua: "L'esperienza di vita, di lotta e poi di guarigione vissuta a fianco di una mia conoscente, che di questa malattia ha sofferto terribilmente, mi ha fatto ricredere.
Per prima cosa ho capito che sono molti i motivi che portano allo sviluppo dell'anoressia.
Ho compreso che si tratta di una malattia pesante, crudele e spietata tanto da arrivare a mangiarti letteralmente."
Io stessa percepisco l'intensità dell'emozione sulla cui onda L. si esprime ripercorrendo quel periodo con i suoi ricordi.
"Sono fermamente convinto che gli amici si vedano nel momento del bisogno."
Silenzio.
"Nonostante la prima reazione delle persone di fronte all'anoressia sia quella di allontanarsi, io mi sono avvicinato. Il mio unico timore era quello di farlo nel modo sbagliato. Ma su questo mi hanno potuto tranquillizzare i genitori della mia amica, dicendomi che non avrei fatto nulla di male, che non esisteva un giusto o uno sbagliato: l'unica cosa importante e preziosa era il fatto che le stessi vicino. In che modo lo facessi non aveva alcuna importanza. Ora, quando mi capita di incontrare una persona ammalata di anoressia non ho più pregiudizi e la on occhi del tutto diversi. Mi preoccupo per lei, mi chiedo: <Ce la farà o no?>"
"E questa tua amica ce l'ha fatta?"
Il volto del mio interlocutore si distende in un sorriso che traspare anche dagli occhi: "Ho provato molta ammirazione nei confronti della mia amica quando ha deciso di voler guarire, chiedere aiuto e accettare le cure. Quando ha cominciato a voler lottare per riprendersi la sua libertà, la sua vita. Adesso è libera, è guarita. Penso comunque che una malattia del genere lasci un segno. Così alle volte mi capita ancora di pensare a quei periodi difficili e mi rendo conto di quanto sia stato un grande sollievo vederla guarire.
Ricordo ancora con quanta felicità mi dicevo: <Ce la sta facendo!>. Non mi sono mai sentito in imbarazzo né a disagio durante tutto il difficile percorso verso la guarigione: mi ero avvicinato a lei e volevo fare tutto ciò che mi era possibile per sostenerla."
Gli lascio ancora un attimo di tempo perché la forte carica emotiva dei suoi ricordi si dissolva nella stanza e pian piano torno al presente. Sorge spontaneo chiedersi che cosa, con il senno del poi, avrebbe cambiato in questo percorso. C'è qualcosa che avrebbe voluto fosse diverso? E pure stavolta la risposta è sincera ed immediata: "Sono rimasto sorpreso dal fatto che in Ticino (Svizzera), per poter curare delle malattie così importanti come i disturbi dell'alimentazione, non ci siano persone competenti, né tantomeno strutture adatte. I genitori della mia amica hanno fatto molto: combattendo fermamente contro la malattia e battendosi in tutti i modi per le cure. Senza questo immenso sostegno sarebbe stato molto difficile per lei poter giungere alla guarigione attraverso le cure carenti e talvolta del tutto inadatte."
Non mi sento di aggiungere altro ad una così accorata e a mio parere corretta analisi. Per concludere gli pongo un'ultima, difficile domanda: "Come descriveresti l'anoressia, ora che tu stesso hai detto non essere più vittima di inutili pregiudizi?"
"È una malattia difficile da gestire: è un problema complesso e totalmente ambivalente, una lotta continua. Dopo questa esperienza l'immagine che mi evoca l'anoressia è quella di vedere la malattia come qualcosa di fisico e spietato, in grado di divorare letteralmente chi ne è affetto sia in senso figurato che realmente. L'anoressia arriva così ad annientare ciò che è: il corpo e l'anima di chi se ne ammala. Ma si tratta di una malattia da cui guarire è possibile, indubbiamente difficile, ma possibile."