"Ho vagato a lungo alla ricerca della perfezione, tentando di esprimere quel disagio che mi portavo dentro e che corrodeva la mia anima, arrivando a corrodere il mio corpo, le mie ossa, la mia libertà e la mia vita. I giorni sono scivolati sulla mia pelle fragile come acqua in tempesta, in un tentativo distorto e malato di "fermare il tempo". Mi sono chiusa a riccio con una forza tale che non credevo nemmeno di possedere. Era l'unica soluzione che vedevo, per difendermi da quel dolore a cui non riuscivo a far fronte.
Quei pungiglioni mi hanno permesso in un primo tempo sì la difesa, ma hanno lentamente logorato il mio sé, comportando un isolamento inconsapevole e non rendendomi più capace di provare e riconoscere le emozioni che colorano la nostra esistenza.
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Poi, qualcosa è cambiato. Il fatto è che, come recitava un film: "il cambiamento può essere così costante che non senti neppure la differenza finché non cambia tutto. Può essere un processo così lento che non ti accorgi che la tua vita è meglio o peggio fino a che non è tutto diverso. Oppure il cambiamento può essere radicale, e tutto è diverso in un attimo... è capitato così a me"*.
Ho preso coscienza che rimanendo chiusa nella mia prigione dorata perdevo solamente la mia libertà e che io, di male, non volevo farmene più.
Non avevo mai sentito così intensamente la vita come quando, lentamente e con tanta forza di volontà quanta ce ne vuole per smettere di mangiare, ho cominciato la mia risalita.
Ho capito che siamo fatti per sbagliare, l'errore è la cosa più umana che possa esistere, ma anche per tornare poi indietro.
Dopo è stato un susseguirsi di emozioni rimosse e letargiche che hanno lentamente ripreso vita agli angoli della mia mente, del mio curo, come se il mio sangue si stesse lentamente scongelando e stesse tornando a scorrere nelle mie vene: nel mio corpo che riprendeva un peso in questa vita.
Poiché "la luce non nasce dalle tenebre, ma le tenebre muoiono nella luce".

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