Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al finaco di una ragazza anoressica
(10 agosto 2011)
"Prima di vivere quest'esperienza, io dell'anoressia avevo un'idea totalmente diversa." Le sua parole partono dall'inizio: da un problema complesso, quello sociale, che sta alla radice di questa malattia.
Ha voce ferma e decisa L., mentre io lo invito a continuare. "Ero pieno di pregiudizi che mi portavano a commettere terribili errori di valutazione. Ad esempio, pensavo che una persona potesse decidere di propria volontà di non mangiare e imputavo questo assurdo comportamento alla mera presunzione di essere migliore, più forte, più determinata di tutti gli altri. La maggior parte della gente non conosce questa malattia: pensa che quella persona stia bene, nonostante il suo corpo denutrito urli che le cose non stanno affatto così."
E allora viene naturale chidergli come questa malattia si presenta realmente, cos'è l'anoressia. "È una malttia mentale, una malattia grave e dura che purtoppo la gente , in balia dei pregiudizi e dei luoghi comuni, non riesce a considerare nella sua drammatica realtà. Io stesso sono stato, come già detto, vittima di questo meccanismo attraverso il quale ero portato a credere che i sintomi dell'anoressia fossero semplicemente dei vezzi delle persone che ne sono affette (quasi sempre ragazze), al fine di rientrare nei canoni distorti dettati dalla moda."
Egli parla con disprezzo di questi suoi vecchi pregiudizi, la voce si fa dura e mi confessa di arrivare ad odiarsi per quelle convinzioni errate che si era fatto nei confronti dell'anoressia.
Poi sorride e continua: "L'esperienza di vita, di lotta e poi di guarigione vissuta a fianco di una mia conoscente, che di questa malattia ha sofferto terribilmente, mi ha fatto ricredere.
Per prima cosa ho capito che sono molti i motivi che portano allo sviluppo dell'anoressia.
Ho compreso che si tratta di una malattia pesante, crudele e spietata tanto da arrivare a mangiarti letteralmente."
Io stessa percepisco l'intensità dell'emozione sulla cui onda L. si esprime ripercorrendo quel periodo con i suoi ricordi.
"Sono fermamente convinto che gli amici si vedano nel momento del bisogno."
Silenzio.
"Nonostante la prima reazione delle persone di fronte all'anoressia sia quella di allontanarsi, io mi sono avvicinato. Il mio unico timore era quello di farlo nel modo sbagliato. Ma su questo mi hanno potuto tranquillizzare i genitori della mia amica, dicendomi che non avrei fatto nulla di male, che non esisteva un giusto o uno sbagliato: l'unica cosa importante e preziosa era il fatto che le stessi vicino. In che modo lo facessi non aveva alcuna importanza. Ora, quando mi capita di incontrare una persona ammalata di anoressia non ho più pregiudizi e la on occhi del tutto diversi. Mi preoccupo per lei, mi chiedo: <Ce la farà o no?>"
"E questa tua amica ce l'ha fatta?"
Il volto del mio interlocutore si distende in un sorriso che traspare anche dagli occhi: "Ho provato molta ammirazione nei confronti della mia amica quando ha deciso di voler guarire, chiedere aiuto e accettare le cure. Quando ha cominciato a voler lottare per riprendersi la sua libertà, la sua vita. Adesso è libera, è guarita. Penso comunque che una malattia del genere lasci un segno. Così alle volte mi capita ancora di pensare a quei periodi difficili e mi rendo conto di quanto sia stato un grande sollievo vederla guarire.
Ricordo ancora con quanta felicità mi dicevo: <Ce la sta facendo!>. Non mi sono mai sentito in imbarazzo né a disagio durante tutto il difficile percorso verso la guarigione: mi ero avvicinato a lei e volevo fare tutto ciò che mi era possibile per sostenerla."
Gli lascio ancora un attimo di tempo perché la forte carica emotiva dei suoi ricordi si dissolva nella stanza e pian piano torno al presente. Sorge spontaneo chiedersi che cosa, con il senno del poi, avrebbe cambiato in questo percorso. C'è qualcosa che avrebbe voluto fosse diverso? E pure stavolta la risposta è sincera ed immediata: "Sono rimasto sorpreso dal fatto che in Ticino (Svizzera), per poter curare delle malattie così importanti come i disturbi dell'alimentazione, non ci siano persone competenti, né tantomeno strutture adatte. I genitori della mia amica hanno fatto molto: combattendo fermamente contro la malattia e battendosi in tutti i modi per le cure. Senza questo immenso sostegno sarebbe stato molto difficile per lei poter giungere alla guarigione attraverso le cure carenti e talvolta del tutto inadatte."
Non mi sento di aggiungere altro ad una così accorata e a mio parere corretta analisi. Per concludere gli pongo un'ultima, difficile domanda: "Come descriveresti l'anoressia, ora che tu stesso hai detto non essere più vittima di inutili pregiudizi?"
"È una malattia difficile da gestire: è un problema complesso e totalmente ambivalente, una lotta continua. Dopo questa esperienza l'immagine che mi evoca l'anoressia è quella di vedere la malattia come qualcosa di fisico e spietato, in grado di divorare letteralmente chi ne è affetto sia in senso figurato che realmente. L'anoressia arriva così ad annientare ciò che è: il corpo e l'anima di chi se ne ammala. Ma si tratta di una malattia da cui guarire è possibile, indubbiamente difficile, ma possibile."

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