La società gioca un ruolo che di primo acchito potrebbe sembrare solamente quello di uno sfondo patinato, mentre proprio lo sfondo sociale si rivela essere di gran lunga più importante di quanto non si pensi. Viviamo immersi nella società dei consumi, siamo continuamente bombardati dai media e ci muoviamo sempre di corsa. Ci ritroviamo così a perseguire un unico scopo: quello di venire accettati, di piacere agli altri, di fare carriera e magari guadagnare sempre di più. O ancora: emergere, uscire dalla mischia. Il cosiddetto "sogno americano", da cui scaturiva il desiderio iniziale di riuscire a raggiungere un migliore tenore di vita, sembra essere mutato nell'improntare unicamente il benessere materiale (ma pure l'apparenza) quale unica misura del successo e della felicità.
Dunque, ci troviamo immersi in una società "che tutto consuma, anche le persone, anche i loro corpi"*, il cui concetto va allontanandosi sempre più dall'immagine di un corpo sano, nella disperata ricerca di un corpo che tenda invece ad omologarsi con gli altri remprimendo la propria natura, mortificandola, oserei dire, per poter offrire un'immagine ritenuta accettabile e abbastanza neutra per poter essere modellata a piacere.
È così che in principio chi "d'immagine se ne intende: le riviste e l'industria della moda"** furono coloro che lanciarono un modello talmente distorto e insano d'immagine corporea, da riuscire a farlo attecchire e a crescere con una rapidità sconvolgente sul poco fertile terreno della società, Va da sé, "dagli anni Sessanta agli anni Ottanta la magrezza è stata via via sempre più osannata"*** e dipinta, dunque, come nuova chiave di successo: un codice universale con il quale potersi fare strada in questo mondo contradittorio e paradossale.
L'anoressia è in antitesi con l'esagerazione materiale della collettività, ma è al contempo il frutto di questo sistema malato che sprona qualsiasi cosa all'eccesso. Ciononostante, di fronte a tale male avvengono numerosi "processi di rimozione/negazione e superficialità/indifferenza esercitati dalla rappresentazione collettiva dominante di fronte al rischio, al dramma, alla tragedia dell'anoressia"****. Lanciare il sasso e ritirare la mano, spingere le persone verso il baratro e negare l'esistenza di tale meccanismo e della propria colpevolezza, è una disciplina che negli ultimi anni è stata sempre più affinata grazie alla frequente pratica. Accade così che soprattutto i giovani siano esposti "ogni giorno al martellamento mediatico che promuove una magrezza e degli ideali di bellezza irrealistici"*****, come unica strada per la felicità.
Il corpo, dunque, "alla fine di pone più come un involucro da mostrare che come un compagno di viaggio da vivere"******.
Sarebbe tuttavia riduttivo, un terribile errore che troppo spesso viene compiuto, ridurre la causa del diffondersi della malattia ad un fattore puramente estetico o socio-culturale.
Difatti, l'influenza e la pressione esercitata dai media, dalla pubblicità e dalla società in generale risultano quasi essere la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso. Non bisognerebbe mai pertanto tralasciare o dimenticarsi dell'enorme disagio, del "groviglio di emozioni"******* presenti nella psiche degli individui affetti da anoressia o da un disturbo dell'alimentazione.
È noto che a regnare da despota nella collettività, e a dilagare a macchia d'olio, sia proprio il disagio: quello dei giovani in primis, vittime designate di questo sistema caotico che avanza con un ritmo allucinante.
Questo disagio insito nel cresce e nell'affermarsi risulta più che lecito, ma il modo d'esprimerlo è del tutto sbagliato e fuorviante. È così che il meccanismo dell'anoressia, i suoi sintomi, il cercare di costringere il proprio corpo e la propria natura ad una condizione malsana (ma non per questo senza elogio da parte della collettività), il digiunare ad oltranza, sino a consumarsi le ossa e oltre, diventa un modo per poter esprimere qualcosa di sé, del proprio disagio.
Diviene il modo per riuscire a parlarne. E questo accade quando non è riusciti a trovare un codice più facile, meno pericoloso e atroce. Così "il corpo urla e strepita e denuncia, mentre la ribellione è implicita e silente"********.
Prevenire l'anoressia sarebbe comunque possibile, impegnandosi reciprocamente ad adottare dapprima in famiglia, e di seguito verso il mondo esterno, un codice che si limiti a rimanere tale senza trasformarsi in un'arma a doppio taglio capace di portare chi ne fa uso per prima cosa ad un meccanismo crudele e perverso quale quello dell'anoressia, e in seguito (se non curato) alla morte. Ricordiamoci che un disturbo dell'alimentazione rappresenta "la tappa finale di diversi tipi di disagio"********* e non un qualsiasi capriccio o vezzo.
Ma una volta posta dinnanzi alla vera e propria ossuta denuncia verso il troppo della società, come reagisce quest'ultima? Non certo nel modo con cui tutti si aspetterebbero che lo faccia: sebbene cresca il numero di persone disposte a parlarne, risulta ancora difficilissimo e pressocché impossibile trionfare attraverso la prevenzione e ci si riduce a dover combattere a pugni nudi contro un muro di cemento, con la convinzione che, insistendo, questi prima o poi cadrà. Questo perché dalla parte della "società" vi sono in gioco troppe personalità di spicco, nonché interessi economici. Basti pensare alla decisione di escludere dal calendario ufficiale della settimana della moda milanese di settembre 2010 un marchio (forse l'unico) dedicato alle donne con un corpo femminile**********, o ancora alla pubblicità che propina ripetutamente il modello di "donne acciuga", di gran lunga lontano dal concetto di un corpo bello e in salute.
La reazione, per contro, è in primo luogo quella di cercare di negare l'esistenza della malattia oppure, quando ciò risulta pressocché impossibile, si comincia a scaricare la propria fetta di responsabilità verso altri fattori implicati anch'essi senza dubbio nel meccanismo, ma in modo se non minore, perlomeno diverso.
Così, mentre in un articolo di giornale si mette in evidenza lo slogan "basta anoressia", due pagine dopo, sulla stessa rivista appare l'ennesima pubblicità con tanto di modella ossuta.
O ancora, se in un programma televisivo si parla di anoressia, ecco che nell'intervallo pubblicitario vengono spesso elogiate pillole per dimagrire o alimenti dietetici per "tornare in forma per l'estate". Detto ciò vorrei precisare che secondo me la lotta all'obesità, al fine di avere un corpo in salute, sia un fine tanto nobile quanto quello della lotta all'anoressia, ma putroppo i modi con cui si persegue tale lotta sono spaventosamente superficiali.
"Troppo poco viene invece detto di quanto serve davvero per favorire un equilibrio alimentare che sia specchio di un buon rapporto con il Sé, non solo corporeo, e per invogliare al rispetto della propria qualità di vita".
*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.21.
**Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.12.
***Groan S., "Body Image", Routledge, Londra, 2008.
****Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbionsa", Edizioni Psiconline, 2010, p.21.
*****Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.11.
******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.14.
*******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.18.
********Cit. Peirone e Gerardi, 2009.
*********Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.22.
**********Vedi articolo apparso sul settimanale "Azione" del 6 settembre 2010, consultabile al link: http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2010/09/06/012/