martedì 4 dicembre 2012

"Non si dimentica mai."-Bite it, parliamone. Parte seconda


Intervista a Chiara Rizzello (14 settembre 2011)

 

È possibile guarire dall'anoressia?

“Dall'anoressia è possibile guarire. Ma non vi è la certezza di guarigione e conosciamo purtroppo casi di cronicità irrisolta o anche lutti (l'anoressia è statisticamente la malattia mentale col più alto tasso di mortalità). Di certo esistono buone possibilità di uscirne fuori, col tempo, la pazienza e le giuste cure. Prima si interviene e più corretti sono gli strumenti, maggiori saranno le probabilità di guarire.”

 
Cos'è determinante perché possa avvenire una completa guarigione? (premesse, cure, ecc.)

Innanzitutto: essere riconosciuti e riconoscersi malati. L'anoressia è insidiosa perché il paziente stesso e la sua famiglia faticano, per diversi ordini di motivi, a rintracciare nell'anoressia la causa dei cambiamenti psicofisici e relazionali insorti. Una volta che l'individuo prende consapevolezza di ciò, e che la famiglia – specie se di tratta di un minorenne – fa lo stesso, è necessario rivolgersi tempestivamente ad uno specialista o meglio ancora ad un’équipe di specialisti in grado di fare una diagnosi precisa e concordare l'intervento. Essendo una patologia ad eziologia e sviluppo multifattoriale sarebbe importante un intervento che preveda diverse figure (psicologo, psichiatra, nutrizionista, dietologo, educatore,..) in collaborazione fra di loro. E' importante il supporto familiare, come pure che l'intervento coinvolga anche i membri del nucleo in cui vive il paziente. A volte si rende indispensabile il ricovero della durata di alcuni mesi in un centro specializzato. Così come non si sviluppa da un giorno all'altro, l’anoressia non guarisce improvvisamente. Una volta che il paziente sta meglio, si avvia una lunga fase di riassestamento in cui non va lasciato solo, perché può essere facilmente vittima di ricadute.”

 
Signora Rizzello, lei scriveva nel suo blog www.bricioledipane.it che il cammino verso la guarigione è difficile e molto lungo, ma anche che "essere guariti, è un altro discorso ancora"1. Cosa significa, per lei, la completa guarigione da una malattia che indubbiamente lascia un segno nell'animo di chi ne ha sofferto?

Non si dimentica mai, come non si dimentica nessuna esperienza forte della vita. Sebbene cicatrizzate le ferite restano e  concorrono a formare la nostra memoria storica, cognitiva ed emozionale, cui attingere. Guarire dalla malattia significa non consentire più ad essa di sostituirsi ad una sana risoluzione dei conflitti, esterni ed interni. Guarire è non rivolgersi più a comportamenti dannosi e disfunzionali per affrontare i problemi inevitabili della vita. Guarire è comprendere che l'anoressia non può risolverci nulla ma soltanto sostituirsi ad ogni altro aspetto della vita soffocandolo ed impedendoci di crescere e maturare, fronteggiando direttamente le difficoltà.

Guarire è una faccenda lunga anni ed anni, ma è un percorso sempre più facile, se lo si intraprende con i giusti mezzi. Il ricordo ci accompagnerà, ma arriverà un giorno in cui non solo non ci farà più male, ma saremo solo orgogliosi e felici di avercela fatta.”

 

mercoledì 17 ottobre 2012

Bite it. Parliamone.


Intervista a Chiara Rizzello*

(14 settembre 2011)

 

Lo spunto si sviluppa a partire dalle considerazioni sulla società e, più specificatamente, dal concetto filosofico di bellezza: cosa rappresenta, oggi, la bellezza? Come può influire sulla vita delle persone?

È vero che proprio il nostro concetto di bellezza riesce ad arrivare anche a generare un'infima base per lo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare?

 

Chiara Rizzello*  vive a Genova e ha fondato l'associazione di promozione sociale "Briciole di pane"1, che ha l’intento di combattere i disturbi del comportamento alimentare e aiutare famiglie e ragazze che lottano per uscirne.

 

Signora Rizzello, come definirebbe lei il concetto di "bellezza"? A suo parere, la società in generale come lo (ri)definisce ai giorni nostri?

 

“Bisogna innanzitutto ricordare che concetto di bellezza riguarda l'adesione ad un canone estetico, dunque non assoluto, ma variabile per tempo e spazio, a seconda della società in cui nasce e si colloca: la bellezza è un prodotto culturale e come tale va trattato e considerato. E come ogni prodotto culturale, sono diverse le rappresentazioni mentali a lui associate, individuali e sociali, che concorrono a diffonderlo, preservarlo e modificarlo nel tempo. E queste rappresentazioni contribuiscono a loro volta a costruire quella parte dell'identità individuale relativa alla percezione di sé, del proprio aspetto e del confronto sociale in base a questo.

L'esistenza di un concetto di bellezza siffatto è innegabile da un punto di vista culturale, anche se si prova sempre ad avere altre prospettive e punti di vista più rispettosi dell'identità individuale e della persona, che svincolino in qualche modo l'idea del bello dall'idea dell'adeguatezza, assegnando al concetto di bellezza valori più interiori e profondi, capaci di unire l'interno con l'esterno, l'essere con l'apparire: bellezza è comunicazione, è attenzione, è calore, è amore. Per sé e per l'altro. Bellezza è unicità, individualità, dialogo, relazione. Credo sia una prospettiva più difficile da afferrare nell'immediato, ma non meno vera e certamente più importante, sia da un punto di vista sociale che individuale, e sicuramente fondamentale anche sotto il profilo educativo.”

 

L'anoressia è spesso vincolata ai pregiudizi che non la definiscono una vera e propria malattia, ma di un semplice vezzo, o di una corsa al successo, o ancora al volere somigliare ad una qualche modella... è realmente così?

 

“L'anoressia, insieme alla bulimia, sono state classificate a pieno titolo malattie mentali dal DSM IV. Ma già dal 1980, nel DSM III si parlava di queste patologie. Chi si ostina, in maniera del tutto contraria agli sviluppi scientifici, a voler vedere con occhio semplicistico i disturbi del comportamento alimentare, chi li classifica come vezzi o capricci commette un grandissimo errore. Questo approccio è fatto per l’appunto di pregiudizi, sorti per la maggior parte a causa di scarsa conoscenza del problema. Il luogo comune si poggia dunque su stereotipi sociali e idee del tutto deviate sull'argomento. Come per ogni altro genere di pregiudizio, è importante conoscere, informarsi, venire in contatto con la realtà della situazione e non con le sole etichette esteriori che la società spesso ingannevolmente ci offre. E per chi è malato è altresì fondamentale non sentirsi semplicemente una persona viziata, ma riuscire a prendere consapevolezza che sta soffrendo di una malattia che va diagnosticata, curata e da cui si può guarire con gli interventi mirati e appropriati.”

 

Se non fosse così, che ruolo gioca la società nel parlare dei disturbi del comportamento alimentare? (In particolare l'anoressia)

E che atteggiamento assume tale società, una volta posta innanzi alla problematica?

 

“Come afferma il DSM IV, l'anoressia è una patologia ad eziologia multifattoriale in cui vi sono concause personali, familiari, ambientali, sociali. La società dunque, un certo tipo di società – modellata su quella che si è sviluppata nei paesi occidentali dagli anni 70 in poi – concorre ad aumentare l'incidenza dell'anoressia nella popolazione. Ma la società da sola non può ritenersi responsabile in tutto e per tutto della malattia. Il modello di persona, soprattutto di donna, elaborato e trasmesso da 30 anni a questa parte nei paesi industrializzati e globalizzati, pare sia molto dannoso da questo punto di vista. Fino ad un decennio fa si parlava pochissimo di anoressia e la società sembrava ignorare completamente questo problema. Negli ultimi anni pare che il tema venga affrontato maggiormente, anche se gli interventi proposti dai mass media sono sovente carenti, tendenziosi, incompleti se non addirittura dannosi. Solo ultimamente si sono avviate vere riflessioni su quali caratteristiche dovrebbe avere un intervento informativo sano e utile rivolto alla società, e si sta provando a redigere alcune linee guida in tal senso, ma la strada è ancora molto lunga, soprattutto nel nostro paese.”

 

Come mai questa malattia più di altre viene ancora vista come un tabù di cui è meglio non parlare ed è avvolta da così tanti preconcetti?

 

“Attorno a qualsiasi malattia mentale si addensano più preconcetti che riguardo alle malattie prettamente fisiche, probabilmente per un vizio di fondo: il cervello, organo umano al pari di cuore, fegato ed intestino, da che mondo è mondo è in realtà meno sondabile. Queste difficoltà scientifiche hanno portato ad un ritardo negli studi e hanno concorso a rafforzare pregiudizi sociali legati al fatto che "non esiste ciò che non si vede", a cui vengono attribuite cause diverse, meno incerte e più rassicuranti, perché lo stato degli studi a questo proposito è ancora arretrato.”

 

Come si può combattere questa guerra mediatica e che tipo di prevenzione può rivelarsi efficace e costruttiva?

 

“Credo che, al momento, questa non sia una battaglia da fare sul piano sociale o dai mass media, ma vedo piuttosto un intervento educativo, rivolto alle fasce d'età che vanno dalla prima infanzia (ricerche rilevano che già alla scuola materna si è bersaglio di informazioni scorrette e pressioni sociali dannose) alla tarda adolescenza se non pure più avanti. Bisogna attuare interventi tecnici precisi e puntuali, nelle scuole, che stimolino i bambini e i ragazzi a ragionare, a discernere, ad essere critici, e nel contempo che li aiutino a potenziare l'autostima e il senso di competenza di fronte alle difficoltà della vita. Parallelamente, la famiglia dovrebbe educarsi ad educare, imparando a rendere l'ambiente domestico il più neutro e sano possibile da questo punto di vista. La pubblicità fa il suo mestiere, che può essere anche deprecabile, ma non è criticandolo a parole che lo si fronteggia: piuttosto bisogna approntare e fornire strumenti indispensabili alle nuove generazioni affinché riescano a non esserne vittime inconsapevoli.”

lunedì 3 settembre 2012

La (mia) guarigione

Scrivere e descrivere quest'ultimo capitolo con metodologia puramente scientifica o di ricerca lo porterebbero a risultare scontato e privo di emozione. Quindi, ho deciso di non basarmi su fattori "concreti" e freddi. Volendo rendere l'idea del sentimento, dell'emozione che porta il "ritorno alla vita" dopo una malattia come l'anoressia che la vita può anche sottrarla, ho deciso quindi di lasciare pagina bianca ai sentimenti di una come me che ha "avuto il coraggio di tornare".

"Ho vagato a lungo alla ricerca della perfezione, tentando di esprimere quel disagio che mi portavo dentro  e che corrodeva la mia anima, arrivando a corrodere il mio corpo, le mie ossa, la mia libertà e la mia vita. I giorni sono scivolati sulla mia pelle fragile come acqua in tempesta, in un tentativo distorto e malato di "fermare il tempo". Mi sono chiusa a riccio con una forza tale che non credevo nemmeno di possedere. Era l'unica soluzione che vedevo, per difendermi da quel dolore a cui non riuscivo a far fronte.
Quei pungiglioni mi hanno permesso in un primo tempo sì la difesa, ma hanno lentamente logorato il mio sé, comportando un isolamento inconsapevole e non rendendomi più capace di provare e riconoscere le emozioni che colorano la nostra esistenza.
Trova qualcosa che ti renda felice. E fallo.
Alis, estare 2012, libera da tre anni.
È stata una discesa (di peso) all'inferno.
Poi, qualcosa è cambiato. Il fatto è che, come recitava un film: "il cambiamento può essere così costante che non senti neppure la differenza finché non cambia tutto. Può essere un processo così lento che non ti accorgi che la tua vita è meglio o peggio fino a che non è tutto diverso. Oppure il cambiamento può essere radicale, e tutto è diverso in un attimo... è capitato così a me"*.
Ho preso coscienza che rimanendo chiusa nella mia prigione dorata perdevo solamente la mia libertà e che io, di male, non volevo farmene più.
Non avevo mai sentito così intensamente la vita come quando, lentamente e con tanta forza di volontà quanta ce ne vuole per smettere di mangiare, ho cominciato la mia risalita.
Ho capito che siamo fatti per sbagliare, l'errore è la cosa più umana che possa esistere, ma anche per tornare poi indietro.
Dopo è stato un susseguirsi di emozioni rimosse e letargiche che hanno lentamente ripreso vita agli angoli della mia mente, del mio curo, come se il mio sangue si stesse lentamente scongelando e stesse tornando a scorrere nelle mie vene: nel mio corpo che riprendeva un peso in questa vita.
Poiché "la luce non nasce dalle tenebre, ma le tenebre muoiono nella luce".

domenica 2 settembre 2012

Con gli abbracci (e il sostegno) di un amico-testimonianza

Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al finaco di una ragazza anoressica
(10 agosto 2011)

"Prima di vivere quest'esperienza, io dell'anoressia avevo un'idea totalmente diversa." Le sua parole partono dall'inizio: da un problema complesso, quello sociale, che sta alla radice di questa malattia.
Ha voce ferma e decisa L., mentre io lo invito a continuare. "Ero pieno di pregiudizi che mi portavano a commettere terribili errori di valutazione. Ad esempio, pensavo che una persona potesse decidere di propria volontà di non mangiare e imputavo questo assurdo comportamento alla mera presunzione di essere migliore, più forte, più determinata di tutti gli altri. La maggior parte della gente non conosce questa malattia: pensa che quella persona stia bene, nonostante il suo corpo denutrito urli che le cose non stanno affatto così."
E allora viene naturale chidergli come questa malattia si presenta realmente, cos'è l'anoressia. "È una malttia mentale, una malattia grave e dura che purtoppo la gente , in balia dei pregiudizi e dei luoghi comuni, non riesce a considerare nella sua drammatica realtà. Io stesso sono stato, come già detto, vittima di questo meccanismo attraverso il quale ero portato a credere che i sintomi dell'anoressia fossero semplicemente dei vezzi delle persone che ne sono affette (quasi sempre ragazze), al fine di rientrare nei canoni distorti dettati dalla moda."
Egli parla con disprezzo di questi suoi vecchi pregiudizi, la voce si fa dura e mi confessa di arrivare ad odiarsi per quelle convinzioni errate che si era fatto nei confronti dell'anoressia.
Poi sorride e continua: "L'esperienza di vita, di lotta e poi di guarigione vissuta a fianco di una mia conoscente, che di questa malattia ha sofferto terribilmente, mi ha fatto ricredere.
Per prima cosa ho capito che sono molti i motivi che portano allo sviluppo dell'anoressia.
Ho compreso che si tratta di una malattia pesante, crudele e spietata tanto da arrivare a mangiarti letteralmente."
Io stessa percepisco l'intensità dell'emozione sulla cui onda L. si esprime ripercorrendo quel periodo con i suoi ricordi.
"Sono fermamente convinto che gli amici si vedano nel momento del bisogno."
Silenzio.
"Nonostante la prima reazione delle persone di fronte all'anoressia sia quella di allontanarsi, io mi sono avvicinato. Il mio unico timore era quello di farlo nel modo sbagliato. Ma su questo mi hanno potuto tranquillizzare i genitori della mia amica, dicendomi che non avrei fatto nulla di male, che non esisteva un giusto o uno sbagliato: l'unica cosa importante e preziosa era il fatto che le stessi vicino. In che modo lo facessi non aveva alcuna importanza. Ora, quando mi capita di incontrare una persona ammalata di anoressia non ho più pregiudizi e la on occhi del tutto diversi. Mi preoccupo per lei, mi chiedo: <Ce la farà o no?>"
"E questa tua amica ce l'ha fatta?"
Il volto del mio interlocutore si distende in un sorriso che traspare anche dagli occhi: "Ho provato molta ammirazione nei confronti della mia amica quando ha deciso di voler guarire, chiedere aiuto e accettare le cure. Quando ha cominciato a voler lottare per riprendersi la sua libertà, la sua vita. Adesso è libera, è guarita. Penso comunque che una malattia del genere lasci un segno. Così alle volte mi capita ancora di pensare a quei periodi difficili e mi rendo conto di quanto sia stato un grande sollievo vederla guarire.
Ricordo ancora con quanta felicità mi dicevo: <Ce la sta facendo!>. Non mi sono mai sentito in imbarazzo né a disagio durante tutto il difficile percorso verso la guarigione: mi ero avvicinato a lei e volevo fare tutto ciò che mi era possibile per sostenerla."
Gli lascio ancora un attimo di tempo perché la forte carica emotiva dei suoi ricordi si dissolva nella stanza e pian piano torno al presente. Sorge spontaneo chiedersi che cosa, con il senno del poi, avrebbe cambiato in questo percorso. C'è qualcosa che avrebbe voluto fosse diverso? E pure stavolta la risposta è sincera ed immediata: "Sono rimasto sorpreso dal fatto che in Ticino (Svizzera), per poter curare delle malattie così importanti come i disturbi dell'alimentazione, non ci siano persone competenti, né tantomeno strutture adatte. I genitori della mia amica hanno fatto molto: combattendo fermamente contro la malattia e battendosi in tutti i modi per le cure. Senza questo immenso sostegno sarebbe stato molto difficile per lei poter giungere alla guarigione attraverso le cure carenti e talvolta del tutto inadatte."
Non mi sento di aggiungere altro ad una così accorata e a mio parere corretta analisi. Per concludere gli pongo un'ultima, difficile domanda: "Come descriveresti l'anoressia, ora che tu stesso hai detto non essere più vittima di inutili pregiudizi?"
"È una malattia difficile da gestire: è un problema complesso e totalmente ambivalente, una lotta continua. Dopo questa esperienza l'immagine che mi evoca l'anoressia è quella di vedere la malattia come qualcosa di fisico e spietato, in grado di divorare letteralmente chi ne è affetto sia in senso figurato che realmente. L'anoressia arriva così ad annientare ciò che è: il corpo e l'anima di chi se ne ammala. Ma si tratta di una malattia da cui guarire è possibile, indubbiamente difficile, ma possibile."

venerdì 31 agosto 2012

Con gli abbracci (e il sostegno) di un amico-il ruolo degli amici e testimonianza a seguire.

È fondamentale dare voce a tutte le parti coinvolte e trascinate nel vortice dell'anoressia.
Ancor più importante è lasciare le parole al loro cuore.
A questo punto mi limiterò ad una breve premessa su quella parte che, forse più di tutte, mi sta a cuore: gli amici.
L'anoressia ha come prerogativa quella di essere un codice errato, prima ancora che una corazza a protezione delle proprie fragilità: un meccanismo assimilato che tramuta i propri disagi in una "cattiva o mal posta fame d'amore"*. Ciò trascina il soggetto ammalato in un circolo vizioso contro cui la sua volontà non può nulla, se non supportata nel migliore dei modi.
Credo che la costruzione della strada verso la gurigione e il raggiungimento del traguardo siano attuabili e possibili solo se la multidisciplinarietà degli aiuti viene eretta su una base talmente solida da poter resistere a qualsiasi scossa sismica provocata dall'anoressia che, dal canto suo, ha la ferrea volontà di rendere impossibile l'obiettivo della guarigione.
Queste solide fondamenta sono costituite da quelle persone (poche) che decidono di affiancare, sostenere accompagnare e stare accanto alla persona malata, in una sorta di nuova corsa verso la vita. Questa corrisponde all'inversione di tendenza della malattia, dunque ad una vera e propria fuga dalla morte.
Queste persone decidono di mettersi completamente in gioco per prime, con i propri sentimenti e le proprie emozioni. Decidono d'impugnare una spada e correre accanto alla persona anoressica, perché "gli eroi veri non stanno a cavallo"**. L'amicizia e il sentimento incondizionato d'amore che vengono trasmessi sono l'unica arma che risulterà efficace, come d'altronde cantava un cantautore italiano: "l'amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?"***.
Per questo motivo non mi divulgo oltre: le mie parole risulterebbero superflue e prive di slancio. Lascio invece voce e spazio alle considerazione cariche di sentimento di un ragazzo che, all'età di sedici anni, ha affiancato e sostenuto una sua conoscente e coetanea nella corsa verso la guarigione, tirandosi indietro giusto un attimo prima del traguardo, e permettendole così di vincere la corsa contro la sua morte e tagliare la linea dello start verso la sua vita.
Lui ne parla serenamente, ora, e meglio di chiunque altro riesce ad offrire un quadro completo di questa esperienza, di come una malattia come l'anoressia sia in grado di stravolgere la vita non solo della persona che ne è affetta, ma anche di coloro ai quali lei sta a cuore. Attraverso le sue considerazioni bene si comprende come questa malattia lasci un segno che solamente la vita, lentamente, sarà in grado non tanto di cancellare, ma perlomeno di attenuare.

Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al fianco di una ragazza anoressica (10 agosto 2011). A seguire.

*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.215.
**Cit. F. Volo, "Esco a fare due passi".
***Cit. Ligabue, "L'amore conta".

giovedì 30 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte settima: le terapie.

Anche con tutte le premesse favorevoli, la guarigione non è possibile se il soggetto affetto da anoressia non prende coscienza in primo luogo di non essere un tutt'uno con la malattia stessa e di esserne semplicemente la vittima, e in secondo luogo deve persuadersi di poter vincere solamente abbandonando completamente la malttia.
Rispondere alla questione su quali cause stiano alla base dello svilupparsi dell'anoressia è un compito arduo per "vastità e varietà"* delle risposte. Ma altrettanto difficile è rispondere alla questione di quali siano le cure più adeguate e soprattutto efficaci. La costituzione di una cura consiste nella costruzione di una solida rete di cure ben integrate e complementari tra di loro, in quanto, come già accennato, la complessità e la durata della malattia si trasferiscono nel cammino curativo. Si può comunque ridurre tale complessità mediante una semplice esemplificazione delle principali cure che risultano essere quattro:

.La terapia dietologica consiste nel "curare il non cibo mediante il cibo"** cosa che risulta sì complessa, ma realizzabile. Di fatto, è clinicamente provato come un'alimentazione regolare sia la premessa basilare per la cura dell'anoressia. Premessa certamente difficile da accettare se non addirittura da concepire per il paziente affetto da tale malattia, il cui aspetto psicologico verrà trattato da parte della terapia psicologica. Tali terapie, per potersi rivelare vincenti, devono quindi coesistere parallelamente. Tuttavia ciò non risulta essere possibile per i casi più gravi dove il soggetto è a rischio di morte per via della grave malnutrizione. In questi casi si punta innanzitutto ad un recupero fisico, per concentrarsi poi in seguito sulla parte legata alla psicologia: difatti, al di sotto di un certo peso corporeo, oltre a mettere a repentaglio la propria vita il soggetto si trova troppo coinvolto nel meccanismo della malattia per potere anche solamente pensare ad un cambiamento di questo modo di agire patologico.
Grazie ad una corretta alimentazione si ha una diminuzione degli scompensi fisiologici che porta direttamente ad una riduzione dei disordini emozionali.***
Viene così restituito al cibo "il suo corretto ed equilibrato valore quale nutrizione e quale tranquillo e positivo senso delle cose quotidiane"****; nutrimento dunque per il corpo, ma anche per l'anima. Non a caso, a questo punto verrebbe automatico pensare alla citazione: "Siamo ciò che mangiamo." Chi può forse negarlo?

.La terapia psicologica (come già accennato) è di fondamentale importanza e persegue la strada della guarigione di pari passo a quella dietologica. Di fatto, il terrore dei pazienti di perdere il controllo patologico sul peso va parallelamente a quello di perdere il controllo su di sé.***** Terrore che deve venire elaborato mediante regolari sedute di psicoterapia, al fine di trovare come obiettivo primario le cause nascoste dietro a questa paura, mentre in secondo luogo quegli aspetti e disagi che hanno favorito lo svilupparsi dell'anoressia, fonti del perché la persona di esprime mediante il codice autodistruttivo del rifiuto del cibo.
In breve, innanzitutto durante la prima fase si tratta di riuscire ad investire tempo affinché il soggetto affetto dall'anoressia capisca il senso del suo rifiuto e di come questo abbia poco a che vedere con l'esteriorità del suo corpo.****** In una seconda fase, una volta andati alla fonte delle problematiche, si dovrà riuscire ad elaborare il tutto facendo in modo che l'espressione di un disagio non passi attraverso il codice del disturbo dell'alimentazione. Correttezza, coerenza e volontà sono parole d'ordine sia per la terapia nutrizionistica, che per quella psicologica.

.Il monitoraggio internistico ha il compito di supervisionare lo svolgersi e l'efficacia delle terapie. Al medico internista spetta dunque il compito di coordinare le cure in funzione dello stato fisico e fisiologico del paziente, affinché esse possano essere il più efficaci possibili. L'internista tiene quindi sotto stretta sorveglianza il fisico del paziente sotto tutti gli aspetti medici: peso, valori del sangue, condividendo una sintesi completa con gli altri medici della rete curante che potranno così orientare, e se caso modificare, il prosieguo e la modalità delle proprie terapie.

.Altre terapie complementari si affiancano a questi tre pilastri terapeutici essenziali. L'ergoterapia, ad esempio, e altre terapie di diverso genere, tutte col compito di coadiuvare le tre terapie principali e lavorare col malato sulla sua percezione corporea distorta e sulle sue emozioni cadute in un lungo letargo sotto il paradossale peso dell'anoressia.

Questa la sintesi delle terapie che vanno così a formare un modello di cura multifunzionale ed integrato.

*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.163.
**Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.165.
***Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.166.
****Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.166.
*****Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.136.
******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.

mercoledì 29 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte sesta: le conseguenze dell'anoressia e il ruolo dei genitori.

A questo punto, penso sia opportuno soffermarmi sugli aspetti legati all'organismo della persona affetta da anoressia e sulle conseguenze della sottoalimentazione e della carenza alimentare cronica alla quale il corpo è costretto. Un corpo malnutrito riporta conseguenze negative in ogni suo aspetto o funzione, a partire da quelle meno gravi (come ad esempio quelle legate alla disidratazione della cute), alla caduta dei capelli, alla comparsa su tutto il corpo di una sottile peluria detta lanungo (a detta degli esperti un tentativo del corpo di mantenere una giusta temperatura corporea) seguite da quei sintomi negativi come il blocco del ciclo mestruale, la riduzione del battito cardiaco e della pressione sanguigna, la diminuzione della glicemia. Sintomi che, se persistenti per lungo tempo, possono aggravarsi fino a portare alla morte. Non c'è organo che possa essere risparmiato dalle conseguenze della malnutrizione: a causa dei continui digiuni il sistema gastroenterico può subire danni talvolta irreversibili, i denti arrivano a cadere, i muscoli divengono praticamente inesistenti, le ossa si indeboliscono e cessano di crescere a causa del ridotto apporto proteico e delle alterazioni ormonali.
Il soggetto anoressico corre incontro al rischio di ammalarsi in futuro di osteoporosi. Inoltre, l'alterazione degli elettroliti, la disidratazione e il decadimento di tutte le funzioni dell'organismo, determinano frequentemente una bradicardia (riduzione del battito cardiaco) che può causare debolezza e frequenti svenimenti. Penso sia importante ribadire che uno stato persistente di malnutrizione sviluppa delle serie complicazioni organiche, che possono portare a danni permanenti o anche al decesso improvviso.*

Chi si ritrova a voler combattere l'anoressia, pertanto, si trova a dover intrapprendere una vera e propria corsa contro il tempo, oltre alla già incredibilie guerra che egli deve combattere.
E il difficile percorso verso la risalita comincia con l'accettazione della propria condizione, con una salita mostruosa.
È evidente che ad essere coinvolti in tutto il meccanismo della malattia non sia solamente il soggetto che ne è affetto ma anche la famiglia e i genitori giocano un ruolo determinante.
Tuttavia, è importante e doveroso specificare ciò che Manara stesso ribadisce, ovvero: "per quanto grande sia sempre il coinvolgimento della famiglia nei disagi dei figli, non va letto come atto di accusa."** A questo punto i genitori, frastornati e con un grandissimo senso d'impotenza di fronte al mostro dell'anoressia, nel tragitto attraverso la guarigione si ritrovano a doversi confrontare non solo con la malattia del figlio/figlia, ma anche con aspetti riguardanti loro stessi. L'obiettivo di questa terapia è quello, una volta compresa la gravità della malattia e come essa agisce, di poter disporre dei mezzi necessari per sviluppare un cambiamento che possa essere fruttuoso non solo per il malato, ma per tutto il microcosmo famigliare.

Per questo motivo, risulta evidente ed importante che i genitori stessi possano usufruire di un sostegno da parte dell'équipe medica che ha preso a carico la cura del figlio/figlia.
Comunque, affinché il percorso verso la guarigione possa conseguire in modo fruttuoso, è importante che poggi saldamente sul forte piedistallo della comunicazione, e che si tenga sempre presente il fatto che nessun espediente può funzionare se non esiste una disponibilità profonda (da ambo le parti coinvolte) a metterlo in atto:***solamente l'unione può fare la forza.
Perché il disturbo alimentare non resta solo il problema del figlio, ma diviene un vero e proprio problema familiare, in cui sono coinvolti tutti.**** Il primo passo in assoluto verso una buona gestione della problematica consiste nel riuscire a comprendere che l'anoressia non è il problema principale, ma lo specchio di una moltitudine di disagi.
Compreso ciò, risulta evidentenil fatto che risolvere la malattia sa soli non è possibile. È necessario un aiuto esterno da parte di persone competenti e specializzate nella cura dei disturbi dell'alimentazione. È provato che la psicoterapia sia la forma piû importante di trattamento dei disturbi alimentari.*****

*Dati raccolti da: M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 2002, pp. 13-14.
**Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p. 86.
***Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007 p. 122.
****Cit. M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 1996, p. 87.
*****Cit. M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 1996, p. 92.

martedì 21 agosto 2012

Con gli occhi (e il cuore) di una madre-testimonianza

Di pareri circa la gestione della situazione problematica legata alla malattia da parte dei famigliari, come pure sulla loro fetta di responsabilità, ce ne sono fin troppi. Per non commettere errori inutili e imperdonabili come troppo spesso avviene a causa della nube di pregiudizi (errati) che gira attorno ai disturbi dell'alimentazione, trovo doveroso riservare loro un adeguato spazio all'interno di questo blog. Così, ritengo sia miglior cosa in assoluto lasciare la parola a chi si è trovato, da genitore, a dover lottare contro l'anoressia che letteralmente e figuratamente divorava il loro figlio/figlia giorno dopo giorno.
A parlare è una madre che, come l'ho invitata a fare, semplicemente racconta la sua esperienza, lasciandosi guidare dalle emozioni, navigando a vista e senza alcun inutile filtro:

Con gli occhi (e il cuore) di una madre
Giubiasco, 15 agosto 2011

...e ho guardato dentro a un'emozione / e ci ho visto dentro tanto amore / che ho capito perché non si comanda al cuore... (V. Rossi)
Quando metti al mondo un figlio ti auguri per lui tutto il bene del mondo e così è successo a me quando è nata mia figlia.
Non avrei mai immaginato che una manciata di anni dopo avrei compreso con amarezza e malinconia il senso delle parole che Karen Blixen scrive nel suo libro "La mia Africa": "Lui le aveva regalato una bussola... ben sapeva che Dio aveva fatto la terra rotonda perché non potessimo vedere troppo lontano sul nostro cammino": mia figlia si è ammalata di una malattia che ancora oggi fatico a chiamare con il suo nome. Anoressia.

Una malattia subdola, atroce, un mostro dagli occhi verdi che, come le sirene di Ulisse, promette e non mantiene facili chimere di potere e controllo sulla vita e le sue emozioni. Quella vita che la malattia toglie, e divora in modo spietato, alle ragazze che esprimono il proprio dolore in nome del suo maledetto codice.

L'anoressia è un disturbo dell'alimentazione, una vera e propria malattia che non si sceglie, che arriva e che è difficile da combattere... Difficile, ma non impossibile. È una guerra le cui battaglie non sono per nulla scontate e vanno combattute con i denti e con le unghie, con qualsiasi mezzo. Una battaglia contro la malattia stessa; una guerra contro la società che da un lato ha le sue responsabilità nello spingere tutti verso un ideale sociale in cui v'è posto solo per il successo, mentre dall'altro emargina, giudica, esige soluzioni semplici per un problema estremamente complesso come questa malattia in continua crescita. Quella società che allora trova il capro espiatorio nella famiglia, colpevole certamente di aver causato cotanto sfacelo e quella ostentata misera decadenza fisica che può portare alla morte. In fretta, per favore, perché non è bello da vedere un corpo così etereo e sempre più trasparente, scomodo nella vincente e convincente società del benessere.

Ma è troppo facile giudicare e condannare quel germe bacato che la società stessa cresce in seno, semplicistico relegare questa malattia ad un esiguo numero di ragazze definite a torto (oh che grosso errore!) superficiali e capricciose. C'è un profondo dolore, un solco pari ad un cratere nel percorso di chi si ammala e oggi sono sempre di piû le ragazze che vi cascano. Nel nostro percorso difficile e tortuoso che ha avuto fin da subito il fermo obiettivo di guarire nostra figlia, abbiamo potuto tastare molte corde stonate che la nostra società suona a proposito di anoressia. Ci siamo resi conto che non si conosce, ma che ci si imbottisce di pregiudizi. Nonostante siano in crescita, non si parla dei disturbi dell'alimentazione con la dovuta cognizione, mentre si addita chi ne è ammalato, si sprecano i sospiri di sollievo delle madri giudicanti la famiglia in questione, mentre pensano ad alto volume: "A me non succederà mai", oppure: "Per fortuna non è successo a noi".
Una malattia non la si sceglie, ma si può scegliere di avere il coraggio di curarsi. Ci vorrebbe maggiore umiltà di fronte a questa tragedia che colpisce tutta la famiglia delle persona ammalata, perché, al contrario di quanto si possa pensare, domani può succedere a chiunque.

E in questo clima da guerriglia urbana, abbiamo raccolto il coraggio e le forze per aiutare nostra figlia ad intrapprendere la via della guarigione. Le abbiamo urlato in faccia a pieni polmoni che mentre lei pensava di avere il controllo della situazione, era l'anoressia che controllava completamente la sua vita, che la inchiodava alla sedia, al letto, in casa, davanti ad un piatto di riso che non riusciva a portare alla bocca, schiava di una malattia che la stava spingendo a braccia aperte verso la morte. Senza questo coraggio di sputare in faccia a nostra figlia questa crudele verità, sono profondamente convinta che non sarebbe riuscita a prendere consapevolezza della prigione in cui si era rinchiusa, e non avrebbe trovato la forza di provare a combatterla, Davide contro Golia, ma con noi genitori al fianco. Sì, perché l'unione fa la forza.
Grazie alla creazione di una rete pluridisciplinare di medici umili e di buona volontà, oltre che di solide competenze, siamo riusciti a sostenere nostra figlia verso la guarigione, ad indicarle la dura via.

Se non si attraversa la tempesta non si guarisce. Le crisi sono parecchie, durante il percorso, sono passaggi, momenti di scelta e giudizio. Per ricostruirsi dentro, perché è di questo che si tratta, c'è bisogno che crollino le impalcature sbagliate che la sensibilità estrema di ragazze come la nostra amplifica. E in questo terremoto non si sta bene di certo. È normale. Ed è lungo questo cammino che la società potrebbe semplicemente non atteggiarsi a giudicare, ma cedere il passo come hanno saputo fare, ad esempio, gli amici di nostra figlia. I giovani sono eccezionali. Sono veri e coraggiosi, molto più che gli adulti! I ragazzi non hanno avuto paura, non hanno giudicato, non hanno emarginato. Hanno camminato al suo fianco, hanno chiesto spiegazioni, hanno voluto sapere come comportarsi ed essere d'aiuto, hanno accettato quel corpo fragile che urlava una profonda sofferenza interiore, e hanno contribuito come pochi alla guarigione di nostra figlia. I giovani sono una risorsa immensa di questa nostra società, e mi fanno sperare che un giorno sarà migliore proprio grazie a loro.

Abbiamo camminato per valli e vette. Siamo saliti e siamo scivolati insieme a nostra figlia, poi siamo risaliti con forza, tenacia e perseveranza: condizioni essenziali alla vittoria contro questa malattia. Accompagnati da pochi coraggiosi, oltre che dai molti amici di nostra figlia. Ad un certo punto il resto del mondo non era più cosa nostra, non lo vedevamo più, gli occhi fissi sull'obiettivo della guarigione.
Abbiamo temuto morisse, e a un certu punto era un'eventualità tutt'altro che improbabile.
Abbiamo sperato riuscisse a vedere una luce e d'un tratto così è stato. Abbiamo pregato, scoprendo che ne eravamo capaci.
Ed è stato come quando il serpente si impiglia fra sterpi e spine, perché gli artigli dei rovi l'aiutino a togliersi di dosso il suo vestito smesso. Quella pelle secca e vecchia ad un certo punto giaceva al sole, mentre nostra figlia cominciava a scaldarsi ad un nuovo sole.
E abbiamo capito che ci sono spine che fanno solo male.
Altre aiutano a cambiare.
Qual'è il segreto di tutto questo cammino? Una sola parola lo racchiude: amore. L'amore di una mamma che non necessita altre spiegazioni, come recita una canzone: "...c'è un amore che non muore mai, più lontano degli dèi, a sapervelo spiegare che filosofo sarei?"
Oggi nostra figlia è gurita e tutti siamo maturati parecchio da quell'esperienza di vita che ha lasciato qualche cicatrice. Ma che altro sono le cicatrici, se non testimonianze di vita vissuta?
Ho imparato che una madre deve sapere quando afferrare un figlio proprio nell'attimo in cui sta inciampando, e deve comprendere quando lasciarlo cadere. Deve riuscire a guardare il suo cuore spezzarsi, mantenendo il proprio abbastanza forte per aiutarlo a guarire, poiché lei sa che egli ha scelto un dolore così grande per crescere ed è consapevole che gli errecherebbe un danno enorme se lo proteggesse da esso.
Questo, il nostro percorso verso la nuova vita di nostra figlia che ha sconfitto l'anoressia.

lunedì 20 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte quarta: la risalita.

"La restrizione alimentare e la conseguente perdita di peso non sono solo effetto della malattia, ma anche causa dell'aggravamento delle condizioni psicofisiche."* Il corpo tende a scomparire a ad accartocciarsi sempre più su se stesso, diventando prigioniero del proprio io. I sintomi finiscono per diventare a tutti gli effetti una vera e propria dipendenza, e legano saldamente il soggetto malato alla malattia stessa. Malattia che prende così possesso della vita della persona portandola a difenderla, "trattenendola dentro di sé e negandone l'esistenza."**

Ad un certo momento però, per sfinimento o mancanza di forze, quando tutto può sembrare vano e le speranze di una guarigione vengono riposte là dove erano nate, può accadere che il soggetto prenda coscienza del proprio stato se non di salute fisico (ciò accadrà in seguito qualora dovesse intrapprendere la strada verso la guarigione), perlomeno di quello mentale o, più specificatamente, della mera e alquanto misera condizione sociale in cui la malattia l'ha lentamente fatto sprofondare, l'ha isolato e incatenato.
Prima o poi l'ammalato viene investito dalla verità o ci va a sbattere contro. Fa male, sicuramente ed indubbiamente. La presa di coscienza fa estremamente male poiché è inconfutabile, e proprio per questo la malattia non riesce a contraddire questa nuova consapevolezza, neppure attraverso le sue potenti armi.

Qui comincia la risalita. Così ha inizio la vera e propria guerra contro il mostro dell'anoressia che ha attecchito nella mente e nel corpo della vittima come un'infezione. Il primo passo verso la guarigione consiste nel trovare la forza di accettare la vita, o perlomeno convincersi di poter cambiare, in un modo o nell'altro, il proprio stato attuale.
Il primo barlume di salvezza consiste nella presa di coscienza e, in seguito, nella richiesta d'aiuto.
Guarire dall'anoressia, da un problema così complesso (come abbiamo avuto modo di vedere in precedenza) è possibile solamente se si accetta di essere seguiti in modo costante nel proprio cammino, da persone competenti e specialisti che effettuano la presa a carico del paziente in modo completo, integrando perfettamente in una sorta di robusta rete le varie cure (di questo parlerò in seguito) la cui ottica è quella "di individuare punti di riferimento utili per trasformare le difficoltâ in nuove opportunità, in aperture verso un cambiamento fruttuoso".***

L'obiettivo principale è quello di lasciare uscire quel dolore apparentemente leggero, ma realmente molto pesante, che un malato di anoressia si porta dentro. Un dolore che non gli impedisce solo di vivere, ma addirittura di provarci, di lottare. Un male assimilato, sottile tanto quanto basta per passare inosservato, ma al contempo letale: un dolore tagliente, di ossa affilate.
I pensieri di un soggetto anoressico non hanno la possibilità di dirigersi verso spezi di desiderio, ma sono diretti unicamente verso il cibo, il peso. Si trasformano così in un'ossessione e portano l'individuo a deperire: questo è il meccanismo semplificato di come funziona una fetta di questa malattia.
L'altro meccanismo concorrente è quello persuasivo, per il fatto che l'individuo come già detto sia portato a difendere la malattia stessa. La presa di coscienza è un processo lungo e lento all'interno del quale la persona ammalata è in continua contraddizione e ambivalenza, sballottata da una parte all'altra dall'anoressia. Questa presa di coscienza avviene quando è in negativo il bilancio tra gli apparenti benefici del comportamento alimentare patologico e ciò si cui il soggetto si rende conto di venir privato. Si fa così strada la motivazione di voler uscire dalla malattia e accettare aiuto.
Premetto che non è affatto un tragitto breve e lineare, e tanto meno (manco a dirlo) elementare.

Un filmato che venne girato un po' di anni fa, quando cominciò la mia risalita.
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Storie/2010/09/14/anoressia.html#Video

*Cit. f. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007. p.82.
**Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.153.
***Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.86.

giovedì 16 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte terza: studio sulla malnutrizione

Trovo interessante riportare le conclusioni a cui si è giunti tramite una ricerca effettutata presso l'Università del Minnesota nel 1950, allo scopo di studiare gli effetti della restrizione alimentare. Effetti che coincidono perfettamente con i sintomi osservati nei soggetti affetti da anoressia.

A. Keys, J. Brozek, A. Henschel, O. Mickelsen, H. L. Taylor, "The biology of Human Starvation", University of Minnesota Press, Minneapolis 1950.

L'esperimento consisteva nell'arruolare dei ragazzi che si erano candidati quale alternativa al servizio militare. I trentasei individui scelti possedevano i livelli più elevati di salute non solo fisica, ma anche psicologica.
Tale esperimento prevedeva una prima parte della durata di tre mesi durante i quali i candidati non dovevano far altro che cibarsi normarlmente, come avevano sempre fatto, al fine di poterne studiare il comportamento, la personalità ed il rapporto col cibo.
La seconda parte dell'esperimento si estendeva per i mesi successivi e consisteva nel sottoporre i candidati ad una restrizione alimentare pari alla metà dell'introito calorico precedente, a causa della quale persero in media il 25% del peso iniziale.
L'ultima parte era costituita dalla ribilitazione alimentare, ripristinando gradualmente l'alimentazione normale degli individui.

Il risultato fu che durante la fase della restrizione alimentare e della conseguente perdita di peso tutti i volontari subirono dei grandi cambiamenti fisici, sociali e psicologici, con atteggiamenti del tutto simili a quelli riscontrati nei soggetti affetti da disturbi dell'alimentazione.
Aumentò così in modo drammatico la loro preoccupazione verso il cibo, tanto da andare ad occupare gran parte dei loro pensieri. Inoltre, alcune modificazione conseguenti alla denutrizione e al digiuno incoraggiarono ulteriormente la dieta, minacciando il senso di autocontrollo dell'individuo e portandolo così a mettere seriamente a repentaglio la propria vita.
I cambiamenti che si verificarono sul piano fisico furono molteplici, dall'ovvio stato di malnutrizione ai disturbi del sonno, dai malesseri quali mal di testa alla riduzione delle forza fisica, dalla perdita dei capelli alla minore tolleranza al freddo e via dicendo.
Altro impatto negativo si riscontrò sull'assetto psicologico, sulle relazioni sociali e sulla sessualità. Una quinto dei soggetti subì un grave deterioramento emotivo con pesanti sintomi depressivi, rabbia, apatia, difficoltà di concentrazione. Aspetti che tuttavia non scmparvero in modo automatico con la rialimentazione ma che, il più delle volte, vennero sfumati. I soggetti lasciarono poi cadere nel vuoto qualsiasi tipo di contatti sociali e si isolarono provando dei forti sentimenti d'inadeguatezza.


mercoledì 15 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte seconda

Il rifiuto del cibo e il controllo dell'alimentazione diventano la strada apparentemente più semplice per mettere in un certo senso ordine nella propria vita, per far fronte ai dispiaceri e ai mali che la accompagnano. Questo accade smussando e incanalando tutte le proprie emozioni e sentimenti in un nuovo linguaggio fatto di tabelle con le calorie degli alimenti, calcoli e rinunce. In questa prima fase della malattia meglio nota come "luna di miele" la tristezza e l'odio represso sono collegati al cibo, mentre la felicità è legata allo scomparire, al deperimento corporeo.

"Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei."*
Certamente, anche in una concezione sana del cibo, esso non si limita ad essere puramente nutrimento. Difatti, da quando l'uomo è al mondo il cibo e l'atto del nutrirsi sono sempre stati considerati sacri. In principio per la sopravvivenza, ma ben presto l'alimentazione ha assunto altri significati molto importanti nella vita di un essere umano: infatti esso comporta piacere, relazione, ricordo, diviene addirittura qualcosa che abbia quasi più a che fare col cuore che con lo stomaco di per sé.

Nasce da qui la concezione dell'anoressia, del ferreo rifiuto di tale nutrimento per il corpo e, figuratamente, per l'anima stessa, come una vera e propria fame d'amore. Così l'odio, il disagio a cui non si riesce a far fronte, si scontra con il legittimo grande bisogno di sentimenti in una guerra quotidiana che logora la mente in primis, e in un secondo tempo il corpo. "La vita contro la morte".** Ben presto, l'iniziale euforia si trasforma in malattia vera e propria, fisica e mentale. La continua restrizione alimentare porta il corpo a deperire e lo riduce ad una "falsa rappresentazione di sé".*** Il calo ponderale e il conseguente stato di malnutrizione a cui non si riesce più a far fronte, non fanno altro che accentuare il disagio e i disturbi psichici dell'anoressia: il peso, il cibo, l'attività fisica frenetica diventano delle vere e proprie ossessioni senza delle quali risulta praticamente impossibile concepire la propria vita (non-vita).

Il male sottile che "divora" l'anima-parte prima

"Amate il cioccolato a fondo, senza complessi né false vergogne, poiché, ricordatevelo: non c'è uomo ragionevole senza un pizzico di follia"
Fronçois de La Rochefoucald, "Massime" (1665)

L'anoressia, male sottile, ma in grado di divorare rabbiosamente l'anima e il corpo di chi ne è affetto, non è solamente frutto della follia del nostro tempo. È una malattia che probabilmente è sempre esistita, la cui prima descrizione dei sintomi risale alla fine del XIX secolo. Essa viene infatti riscontrata in alcune "sante ascetiche che controllavano ogni loro desiderio e mortificavano la carne fino a lasciarsi morire di fame e penitenza"*.

L'anoressia risulta pertanto essere una malattia tanto spietata quanto "paradossale, forse la malattia paradossale per eccellenza"**. Ad esserne colpite sono prevalentemente ragazze in età adolescenziale nelle quali è stato possibile evidenziare alcuni tratti psicologici simili (anche una parte di adolescenti soffre di questo male, ma benché questa quota sia purtroppo in aumento, restano comunque in minoranza). Nei soggetti tendenzialmente anoressici è comune riscontrare una "struttura di carattere rigida ed ossessiva, con tratti marcati di conformismo e di inibizione delle emozioni"***, "spiccata insicurezza sociale, eccessiva dipendenza e compiacenza verso gli altri, limitazione della spontaneità e mancanza di autonomia"****. Tuttavia queste peculiarità psicologiche vengono modellate "sotto l'influenza delle caratteristiche dell'ambiente e delle esperienze"*****. Esse sono pertanto considerate solamente come possibili fattori di preludio di uno stato d'animo che potrebbe divenire un disagio. Quindi i fattori di predisposizione, e di seguito quelli precipitanti della malattia, risiederebbero in parte nel patrimonio biologico della psiche, in parte nelle questioni familiari, intrecciandosi comunque anche con quelle culturali e sociali.

Viene così a formarsi un puzzle che costituisce il terreno fertile per un possibile sviluppo della malattia stessa. La maglia resta il fattore maggiormente coinvolto in tutta la faccenda, ciononostante questo coinvolgimento non va assolutamente interpretato come atto d'accusa. Quindi è opportuno ribadire ancora una volta il fatto che si tratta di un problema complesso, formato da una concatenazione di una miriade di fattori di disagio, dei quali la manifestazione del diturbo alimentare costituisce solo la punta dell'iceberg, capace però pur sempre di fare affondare una nave intera.

È così che nell'anoressia accade che tutto si scontri con tutto: "il corpo e la mente, il corpo e l'anima, il corpo e la mente e l'anima"******.

*Cit. Bell, "La santa anoressia", Laterza, 1987, retrocopertina.
**Cit. L. Perirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.13.
***Cit. Strober M., "A comparative analysis of personality organisation in juvenile anorexia nervosa", Journal of Youth and Adolescence, 10, 1981, pp.186-195.
****Cit. Strober M., "Personality factors in anorexia nervosa", in Pediatrician, 12, 1985, pp.134-138.
*****Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.49.
******Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.13.

martedì 14 agosto 2012

Società dei consumi che tutto consuma (anche le persone, anche i loro corpi). Il ruolo della società.

La società gioca un ruolo che di primo acchito potrebbe sembrare solamente quello di uno sfondo patinato, mentre proprio lo sfondo sociale si rivela essere di gran lunga più importante di quanto non si pensi. Viviamo immersi nella società dei consumi, siamo continuamente bombardati dai media e ci muoviamo sempre di corsa. Ci ritroviamo così a perseguire un unico scopo: quello di venire accettati, di piacere agli altri, di fare carriera e magari guadagnare sempre di più. O ancora: emergere, uscire dalla mischia. Il cosiddetto "sogno americano", da cui scaturiva il desiderio iniziale di riuscire a raggiungere un migliore tenore di vita, sembra essere mutato nell'improntare unicamente il benessere materiale (ma pure l'apparenza) quale unica misura del successo e della felicità.
Dunque, ci troviamo immersi in una società "che tutto consuma, anche le persone, anche i loro corpi"*, il cui concetto va allontanandosi sempre più dall'immagine di un corpo sano, nella disperata ricerca di un corpo che tenda invece ad omologarsi con gli altri remprimendo la propria natura, mortificandola, oserei dire, per poter offrire un'immagine ritenuta accettabile e abbastanza neutra per poter essere modellata a piacere.

È così che in principio chi "d'immagine se ne intende: le riviste e l'industria della moda"** furono coloro che lanciarono un modello talmente distorto e insano d'immagine corporea, da riuscire a farlo attecchire e a crescere con una rapidità sconvolgente sul poco fertile terreno della società, Va da sé, "dagli anni Sessanta agli anni Ottanta la magrezza è stata via via sempre più osannata"*** e dipinta, dunque, come nuova chiave di successo: un codice universale con il quale potersi fare strada in questo mondo contradittorio e paradossale.

L'anoressia è in antitesi con l'esagerazione materiale della collettività, ma è al contempo il frutto di questo sistema malato che sprona qualsiasi cosa all'eccesso. Ciononostante, di fronte a tale male avvengono numerosi "processi di rimozione/negazione e superficialità/indifferenza esercitati dalla rappresentazione collettiva dominante di fronte al rischio, al dramma, alla tragedia dell'anoressia"****. Lanciare il sasso e ritirare la mano, spingere le persone verso il baratro e negare l'esistenza di tale meccanismo e della propria colpevolezza, è una disciplina che negli ultimi anni è stata sempre più affinata grazie alla frequente pratica. Accade così che soprattutto i giovani siano esposti "ogni giorno al martellamento mediatico che promuove una magrezza e degli ideali di bellezza irrealistici"*****, come unica strada per la felicità.
Il corpo, dunque, "alla fine di pone più come un involucro da mostrare che come un compagno di viaggio da vivere"******.

Sarebbe tuttavia riduttivo, un terribile errore che troppo spesso viene compiuto, ridurre la causa del diffondersi della malattia ad un fattore puramente estetico o socio-culturale.
Difatti, l'influenza e la pressione esercitata dai media, dalla pubblicità e dalla società in generale risultano quasi essere la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso. Non bisognerebbe mai pertanto tralasciare o dimenticarsi dell'enorme disagio, del "groviglio di emozioni"******* presenti nella psiche degli individui affetti da anoressia o da un disturbo dell'alimentazione.
È noto che a regnare da despota nella collettività, e a dilagare a macchia d'olio, sia proprio il disagio: quello dei giovani in primis, vittime designate di questo sistema caotico che avanza con un ritmo allucinante.
Questo disagio insito nel cresce e nell'affermarsi risulta più che lecito, ma il modo d'esprimerlo è del tutto sbagliato e fuorviante. È così che il meccanismo dell'anoressia, i suoi sintomi, il cercare di costringere il proprio corpo e la propria natura ad una condizione malsana (ma non per questo senza elogio da parte della collettività), il digiunare ad oltranza, sino a consumarsi le ossa e oltre, diventa un modo per poter esprimere qualcosa di sé, del proprio disagio.
Diviene il modo per riuscire a parlarne. E questo accade quando non è riusciti a trovare un codice più facile, meno pericoloso e atroce. Così "il corpo urla e strepita e denuncia, mentre la ribellione è implicita e silente"********.

Prevenire l'anoressia sarebbe comunque possibile, impegnandosi reciprocamente ad adottare dapprima in famiglia, e di seguito verso il mondo esterno, un codice che si limiti a rimanere tale senza trasformarsi in un'arma a doppio taglio capace di portare chi ne fa uso per prima cosa ad un meccanismo crudele e perverso quale quello dell'anoressia, e in seguito (se non curato) alla morte. Ricordiamoci che un disturbo dell'alimentazione rappresenta "la tappa finale di diversi tipi di disagio"********* e non un qualsiasi capriccio o vezzo.

Ma una volta posta dinnanzi alla vera e propria ossuta denuncia verso il troppo della società, come reagisce quest'ultima? Non certo nel modo con cui tutti si aspetterebbero che lo faccia: sebbene cresca il numero di persone disposte a parlarne, risulta ancora difficilissimo e pressocché impossibile trionfare attraverso la prevenzione e ci si riduce a dover combattere a pugni nudi contro un muro di cemento, con la convinzione che, insistendo, questi prima o poi cadrà. Questo perché dalla parte della "società" vi sono in gioco troppe personalità di spicco, nonché interessi economici. Basti pensare alla decisione di escludere dal calendario ufficiale della settimana della moda milanese di settembre 2010 un marchio (forse l'unico) dedicato alle donne con un corpo femminile**********, o ancora alla pubblicità che propina ripetutamente il modello di "donne acciuga", di gran lunga lontano dal concetto di un corpo bello e in salute.
La reazione, per contro, è in primo luogo quella di cercare di negare l'esistenza della malattia oppure, quando ciò risulta pressocché impossibile, si comincia a scaricare la propria fetta di responsabilità verso altri fattori implicati anch'essi senza dubbio nel meccanismo, ma in modo se non minore, perlomeno diverso.

Così, mentre in un articolo di giornale si mette in evidenza lo slogan "basta anoressia", due pagine dopo, sulla stessa rivista appare l'ennesima pubblicità con tanto di modella ossuta.
O ancora, se in un programma televisivo si parla di anoressia, ecco che nell'intervallo pubblicitario vengono spesso elogiate pillole per dimagrire o alimenti dietetici per "tornare in forma per l'estate". Detto ciò vorrei precisare che secondo me la lotta all'obesità, al fine di avere un corpo in salute, sia un fine tanto nobile quanto quello della lotta all'anoressia, ma putroppo i modi con cui si persegue tale lotta sono spaventosamente superficiali.
"Troppo poco viene invece detto di quanto serve davvero per favorire un equilibrio alimentare che sia specchio di un buon rapporto con il Sé, non solo corporeo, e per invogliare al rispetto della propria qualità di vita".

*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.21.
**Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.12.
***Groan S., "Body Image", Routledge, Londra, 2008.
****Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbionsa", Edizioni Psiconline, 2010, p.21.
*****Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.11.
******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.14.
*******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.18.
********Cit. Peirone e Gerardi, 2009.
*********Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.22.
**********Vedi articolo apparso sul settimanale "Azione" del 6 settembre 2010, consultabile al link: http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2010/09/06/012/

lunedì 13 agosto 2012

Ecco perché bisogna parlarne. (Statistica)

L'anoressia nervosa, con una percentuale del 90-95%, colpisce prevalentemente il sesso femminile, in un'età compresa tra i quattordici ed i venticinque anni. la percentuale di mortalità nell'anoressia è paurosamente alta e si aggira tra l'8 ed il 18%*. Tale patologia, inoltre, colpisce anche se più marginalmente anche il sesso maschile, con un rapporto di uno a dieci rispetto alle femmine.

*A quanto riportato da Isafeg T., in "Mortality and causes of death in pervasive developmental disordes" (1985) e Theander S., in "Outcome and prognosis in anorexia nervosa and bulimia" (1985), cit. in Patton G., "Mortality in eating disorders", in Psychological Medicine, 18, 1988, pp. 947-51.

Cos'è l'anoressia nervosa?

Parlare di una malattia è indubbiamente un compito arduo e delicato e anche a tratti doloroso.
Tramite questo blog spero di riuscire a infrangere almeno un poco lo spesso muro, fatto dai mattoni del pregiudizio, che si è soliti erigere troppo facilmente nei confronti di questa malattia e, perché no, magari essere un poco d'aiuto (senza peccare assolutamente di presunzione) a chi di questa malattia soffre. Fatte queste premesse, andiamo per ordine, con una prima spontanea domanda che sorge legittima.

Cos'è l'anoressia nervosa?
L'anoressia è "una specie di cancro dell'anima"*, un male sottile capace di divorare la vita sino alle briciole, alle ossa e più giù. Pertanto, non dev'essere scambiata per un semplice vezzo dettato dagli usi e costumi sociali: elementi elettivi di questa società che poggia sempre meno le sue fondamenta su principi innati e genuini, mentre elegge l'immagine distorta del corpo a veicolo di maggiore o minore successo di vita.

Soffrire di anoressia significa mettere al bando qualsiasi cosa in grado di nutrire il proprio corpo e la propria anima. Così si rivolge contro se stessi tutto il proprio dolore. Si diventa al contempo vittima e carnefice di una malattia subdola e perversa in grado di vivere in simbiosi con il proprio sé.
Allora accade che la normare modalità di comunicazione delle emozioni venga bloccata da una forma di controllo che assume come riferimenti il cievo e il corpo: emozioni e sensazioni cadono quindi in un letargo artificioso e sono seguite dal lento deperimento del corpo della persona affetta da questo male. I sintomi del malato sono pertanto "il modo che ha per dirvi qualcosa di sé, per parlare con voi. Evidentemente non ne ha trovato un altro più agevole, meno complesso e doloroso."**

Ma, di anoressia, guarire si può. La guarigione può avvenire però solamente grazie a una moltitudine di fattori ben concatenati tra di loro, il cui granitico comun denominatore deve essere rappresentato dalla presa di coscienza del prorpio stato da parte della persona malata, nonché dalla sua volontà a volerne uscire. Difatti, "decidere di affrontare un problema è il primo passo per risolverlo. Buttarsi nell'azione, lasciarsi alle spalle i dubbi, le incertezze che ostacolano e intrappolano la mente, significa aver fatto già gran parte del percorso"***.
La guarigione è un percorso lungo e faticoso, poiché guarire dalll'anoressia non significa dimenticare, ma imparare a trovare le risorse per fronteggiare il male che l'accomagna ed esserne consapevole.
Così come significa pure cadere rovinosamente e volersi rialzare.
Guarire significa affidarsi alle cure degli specialisti (la cui provata competenza è pure condizione essenziale) e donar loro fiducia, prendersi il proprio tempo e combattere giorno dopo giorno.
Guarire significa reimparare a vivere, perché certe cose non s'imparano, né si dimenticano.

domenica 12 agosto 2012

Due volte si sceglie nella vita: la prima per non morire, la seconda per vivere.

Ho sofferto per anni di anoressia nervosa, arrivando a sfiorare la morte.
Ho scelto di vivere.
Di quel tempo sospeso rimangono solo i ricordi, rimangono i perchè, gli occhi. Gli occhi rimangono sempre, come ombre di un passato troppo sporco perchè possa esser riportato alla purezza del bianco, troppo profondo perchè possa dissolversi senza lasciare cicatrice alcuna. Rimangono, impassibili, incisi nella pelle, fra i capelli e lo stomaco. Rimangono e lasciano trasparire quei ricordi intrappolati nel mio oceano. Sapete qual'è il bello di questa caotica, scrosciante, dilagante vita? Che non scopriremo mai che cosa siamo tenuti ad essere, rappresentare realmente e che tutto nasca da un comune uovo roseo.
Sono arrivata a sfiorare la morte, ecco. Sono arrivatà là, mi sono guardata intorno, girata, ed ho cominciato a correre. È andata così. I giorni mi scivolarono addosso come acqua sulla pelle in un tentativo malato di "fermare il tempo", mi chiusi a riccio con la forza ostinata con la quale ci si attacca alle cose che fanno male. Ma non scriverò di questo: è passato e finito. Scriverò della vita. Di questa vita che mi mangio come una torta alla crema, affondandoci la faccia e sporcandomici completamente. Al massimo be farò un'indigestione, di questa vita, che non è mai tuttavia troppo dolce.
Date retta a me, non sfracellate i vostri sogni a terra: saltate in alto. Vivete, amate, correre. Correte veloce, tagliate i traguardi. Laciatele correre, le vostre emozioni. Ma, soprattutto, superatela. Stupite questa vita, più di quanto lei non sia in grado di fare con le nostre anime.
E, soprattuto, sappiate che, dai disturbi dell'alimentazione, guarire si può.

Estate 2010, Alice. Libertà.
Mi chiamo Alice. Sì, ho sofferto di anoressia, non rinnego il passato. Non mi piacciono le righe: preferisco i quadretti. Amo scrivere, sognare, innamorarmi, vivere e vado letteralmente pazza per i dolci di qualsiasi tipo.