"La restrizione alimentare e la conseguente perdita di peso non sono solo effetto della malattia, ma anche causa dell'aggravamento delle condizioni psicofisiche."* Il corpo tende a scomparire a ad accartocciarsi sempre più su se stesso, diventando prigioniero del proprio io. I sintomi finiscono per diventare a tutti gli effetti una vera e propria dipendenza, e legano saldamente il soggetto malato alla malattia stessa. Malattia che prende così possesso della vita della persona portandola a difenderla, "trattenendola dentro di sé e negandone l'esistenza."**
Ad un certo momento però, per sfinimento o mancanza di forze, quando tutto può sembrare vano e le speranze di una guarigione vengono riposte là dove erano nate, può accadere che il soggetto prenda coscienza del proprio stato se non di salute fisico (ciò accadrà in seguito qualora dovesse intrapprendere la strada verso la guarigione), perlomeno di quello mentale o, più specificatamente, della mera e alquanto misera condizione sociale in cui la malattia l'ha lentamente fatto sprofondare, l'ha isolato e incatenato.
Prima o poi l'ammalato viene investito dalla verità o ci va a sbattere contro. Fa male, sicuramente ed indubbiamente. La presa di coscienza fa estremamente male poiché è inconfutabile, e proprio per questo la malattia non riesce a contraddire questa nuova consapevolezza, neppure attraverso le sue potenti armi.
Qui comincia la risalita. Così ha inizio la vera e propria guerra contro il mostro dell'anoressia che ha attecchito nella mente e nel corpo della vittima come un'infezione. Il primo passo verso la guarigione consiste nel trovare la forza di accettare la vita, o perlomeno convincersi di poter cambiare, in un modo o nell'altro, il proprio stato attuale.
Il primo barlume di salvezza consiste nella presa di coscienza e, in seguito, nella richiesta d'aiuto.
Guarire dall'anoressia, da un problema così complesso (come abbiamo avuto modo di vedere in precedenza) è possibile solamente se si accetta di essere seguiti in modo costante nel proprio cammino, da persone competenti e specialisti che effettuano la presa a carico del paziente in modo completo, integrando perfettamente in una sorta di robusta rete le varie cure (di questo parlerò in seguito) la cui ottica è quella "di individuare punti di riferimento utili per trasformare le difficoltâ in nuove opportunità, in aperture verso un cambiamento fruttuoso".***
L'obiettivo principale è quello di lasciare uscire quel dolore apparentemente leggero, ma realmente molto pesante, che un malato di anoressia si porta dentro. Un dolore che non gli impedisce solo di vivere, ma addirittura di provarci, di lottare. Un male assimilato, sottile tanto quanto basta per passare inosservato, ma al contempo letale: un dolore tagliente, di ossa affilate.
I pensieri di un soggetto anoressico non hanno la possibilità di dirigersi verso spezi di desiderio, ma sono diretti unicamente verso il cibo, il peso. Si trasformano così in un'ossessione e portano l'individuo a deperire: questo è il meccanismo semplificato di come funziona una fetta di questa malattia.
L'altro meccanismo concorrente è quello persuasivo, per il fatto che l'individuo come già detto sia portato a difendere la malattia stessa. La presa di coscienza è un processo lungo e lento all'interno del quale la persona ammalata è in continua contraddizione e ambivalenza, sballottata da una parte all'altra dall'anoressia. Questa presa di coscienza avviene quando è in negativo il bilancio tra gli apparenti benefici del comportamento alimentare patologico e ciò si cui il soggetto si rende conto di venir privato. Si fa così strada la motivazione di voler uscire dalla malattia e accettare aiuto.
Premetto che non è affatto un tragitto breve e lineare, e tanto meno (manco a dirlo) elementare.
Un filmato che venne girato un po' di anni fa, quando cominciò la mia risalita.
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Storie/2010/09/14/anoressia.html#Video
*Cit. f. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007. p.82.
**Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.153.
***Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.86.
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