Il rifiuto del cibo e il controllo dell'alimentazione diventano la strada apparentemente più semplice per mettere in un certo senso ordine nella propria vita, per far fronte ai dispiaceri e ai mali che la accompagnano. Questo accade smussando e incanalando tutte le proprie emozioni e sentimenti in un nuovo linguaggio fatto di tabelle con le calorie degli alimenti, calcoli e rinunce. In questa prima fase della malattia meglio nota come "luna di miele" la tristezza e l'odio represso sono collegati al cibo, mentre la felicità è legata allo scomparire, al deperimento corporeo.
"Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei."*
Certamente, anche in una concezione sana del cibo, esso non si limita ad essere puramente nutrimento. Difatti, da quando l'uomo è al mondo il cibo e l'atto del nutrirsi sono sempre stati considerati sacri. In principio per la sopravvivenza, ma ben presto l'alimentazione ha assunto altri significati molto importanti nella vita di un essere umano: infatti esso comporta piacere, relazione, ricordo, diviene addirittura qualcosa che abbia quasi più a che fare col cuore che con lo stomaco di per sé.
Nasce da qui la concezione dell'anoressia, del ferreo rifiuto di tale nutrimento per il corpo e, figuratamente, per l'anima stessa, come una vera e propria fame d'amore. Così l'odio, il disagio a cui non si riesce a far fronte, si scontra con il legittimo grande bisogno di sentimenti in una guerra quotidiana che logora la mente in primis, e in un secondo tempo il corpo. "La vita contro la morte".** Ben presto, l'iniziale euforia si trasforma in malattia vera e propria, fisica e mentale. La continua restrizione alimentare porta il corpo a deperire e lo riduce ad una "falsa rappresentazione di sé".*** Il calo ponderale e il conseguente stato di malnutrizione a cui non si riesce più a far fronte, non fanno altro che accentuare il disagio e i disturbi psichici dell'anoressia: il peso, il cibo, l'attività fisica frenetica diventano delle vere e proprie ossessioni senza delle quali risulta praticamente impossibile concepire la propria vita (non-vita).

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