martedì 21 agosto 2012

Con gli occhi (e il cuore) di una madre-testimonianza

Di pareri circa la gestione della situazione problematica legata alla malattia da parte dei famigliari, come pure sulla loro fetta di responsabilità, ce ne sono fin troppi. Per non commettere errori inutili e imperdonabili come troppo spesso avviene a causa della nube di pregiudizi (errati) che gira attorno ai disturbi dell'alimentazione, trovo doveroso riservare loro un adeguato spazio all'interno di questo blog. Così, ritengo sia miglior cosa in assoluto lasciare la parola a chi si è trovato, da genitore, a dover lottare contro l'anoressia che letteralmente e figuratamente divorava il loro figlio/figlia giorno dopo giorno.
A parlare è una madre che, come l'ho invitata a fare, semplicemente racconta la sua esperienza, lasciandosi guidare dalle emozioni, navigando a vista e senza alcun inutile filtro:

Con gli occhi (e il cuore) di una madre
Giubiasco, 15 agosto 2011

...e ho guardato dentro a un'emozione / e ci ho visto dentro tanto amore / che ho capito perché non si comanda al cuore... (V. Rossi)
Quando metti al mondo un figlio ti auguri per lui tutto il bene del mondo e così è successo a me quando è nata mia figlia.
Non avrei mai immaginato che una manciata di anni dopo avrei compreso con amarezza e malinconia il senso delle parole che Karen Blixen scrive nel suo libro "La mia Africa": "Lui le aveva regalato una bussola... ben sapeva che Dio aveva fatto la terra rotonda perché non potessimo vedere troppo lontano sul nostro cammino": mia figlia si è ammalata di una malattia che ancora oggi fatico a chiamare con il suo nome. Anoressia.

Una malattia subdola, atroce, un mostro dagli occhi verdi che, come le sirene di Ulisse, promette e non mantiene facili chimere di potere e controllo sulla vita e le sue emozioni. Quella vita che la malattia toglie, e divora in modo spietato, alle ragazze che esprimono il proprio dolore in nome del suo maledetto codice.

L'anoressia è un disturbo dell'alimentazione, una vera e propria malattia che non si sceglie, che arriva e che è difficile da combattere... Difficile, ma non impossibile. È una guerra le cui battaglie non sono per nulla scontate e vanno combattute con i denti e con le unghie, con qualsiasi mezzo. Una battaglia contro la malattia stessa; una guerra contro la società che da un lato ha le sue responsabilità nello spingere tutti verso un ideale sociale in cui v'è posto solo per il successo, mentre dall'altro emargina, giudica, esige soluzioni semplici per un problema estremamente complesso come questa malattia in continua crescita. Quella società che allora trova il capro espiatorio nella famiglia, colpevole certamente di aver causato cotanto sfacelo e quella ostentata misera decadenza fisica che può portare alla morte. In fretta, per favore, perché non è bello da vedere un corpo così etereo e sempre più trasparente, scomodo nella vincente e convincente società del benessere.

Ma è troppo facile giudicare e condannare quel germe bacato che la società stessa cresce in seno, semplicistico relegare questa malattia ad un esiguo numero di ragazze definite a torto (oh che grosso errore!) superficiali e capricciose. C'è un profondo dolore, un solco pari ad un cratere nel percorso di chi si ammala e oggi sono sempre di piû le ragazze che vi cascano. Nel nostro percorso difficile e tortuoso che ha avuto fin da subito il fermo obiettivo di guarire nostra figlia, abbiamo potuto tastare molte corde stonate che la nostra società suona a proposito di anoressia. Ci siamo resi conto che non si conosce, ma che ci si imbottisce di pregiudizi. Nonostante siano in crescita, non si parla dei disturbi dell'alimentazione con la dovuta cognizione, mentre si addita chi ne è ammalato, si sprecano i sospiri di sollievo delle madri giudicanti la famiglia in questione, mentre pensano ad alto volume: "A me non succederà mai", oppure: "Per fortuna non è successo a noi".
Una malattia non la si sceglie, ma si può scegliere di avere il coraggio di curarsi. Ci vorrebbe maggiore umiltà di fronte a questa tragedia che colpisce tutta la famiglia delle persona ammalata, perché, al contrario di quanto si possa pensare, domani può succedere a chiunque.

E in questo clima da guerriglia urbana, abbiamo raccolto il coraggio e le forze per aiutare nostra figlia ad intrapprendere la via della guarigione. Le abbiamo urlato in faccia a pieni polmoni che mentre lei pensava di avere il controllo della situazione, era l'anoressia che controllava completamente la sua vita, che la inchiodava alla sedia, al letto, in casa, davanti ad un piatto di riso che non riusciva a portare alla bocca, schiava di una malattia che la stava spingendo a braccia aperte verso la morte. Senza questo coraggio di sputare in faccia a nostra figlia questa crudele verità, sono profondamente convinta che non sarebbe riuscita a prendere consapevolezza della prigione in cui si era rinchiusa, e non avrebbe trovato la forza di provare a combatterla, Davide contro Golia, ma con noi genitori al fianco. Sì, perché l'unione fa la forza.
Grazie alla creazione di una rete pluridisciplinare di medici umili e di buona volontà, oltre che di solide competenze, siamo riusciti a sostenere nostra figlia verso la guarigione, ad indicarle la dura via.

Se non si attraversa la tempesta non si guarisce. Le crisi sono parecchie, durante il percorso, sono passaggi, momenti di scelta e giudizio. Per ricostruirsi dentro, perché è di questo che si tratta, c'è bisogno che crollino le impalcature sbagliate che la sensibilità estrema di ragazze come la nostra amplifica. E in questo terremoto non si sta bene di certo. È normale. Ed è lungo questo cammino che la società potrebbe semplicemente non atteggiarsi a giudicare, ma cedere il passo come hanno saputo fare, ad esempio, gli amici di nostra figlia. I giovani sono eccezionali. Sono veri e coraggiosi, molto più che gli adulti! I ragazzi non hanno avuto paura, non hanno giudicato, non hanno emarginato. Hanno camminato al suo fianco, hanno chiesto spiegazioni, hanno voluto sapere come comportarsi ed essere d'aiuto, hanno accettato quel corpo fragile che urlava una profonda sofferenza interiore, e hanno contribuito come pochi alla guarigione di nostra figlia. I giovani sono una risorsa immensa di questa nostra società, e mi fanno sperare che un giorno sarà migliore proprio grazie a loro.

Abbiamo camminato per valli e vette. Siamo saliti e siamo scivolati insieme a nostra figlia, poi siamo risaliti con forza, tenacia e perseveranza: condizioni essenziali alla vittoria contro questa malattia. Accompagnati da pochi coraggiosi, oltre che dai molti amici di nostra figlia. Ad un certo punto il resto del mondo non era più cosa nostra, non lo vedevamo più, gli occhi fissi sull'obiettivo della guarigione.
Abbiamo temuto morisse, e a un certu punto era un'eventualità tutt'altro che improbabile.
Abbiamo sperato riuscisse a vedere una luce e d'un tratto così è stato. Abbiamo pregato, scoprendo che ne eravamo capaci.
Ed è stato come quando il serpente si impiglia fra sterpi e spine, perché gli artigli dei rovi l'aiutino a togliersi di dosso il suo vestito smesso. Quella pelle secca e vecchia ad un certo punto giaceva al sole, mentre nostra figlia cominciava a scaldarsi ad un nuovo sole.
E abbiamo capito che ci sono spine che fanno solo male.
Altre aiutano a cambiare.
Qual'è il segreto di tutto questo cammino? Una sola parola lo racchiude: amore. L'amore di una mamma che non necessita altre spiegazioni, come recita una canzone: "...c'è un amore che non muore mai, più lontano degli dèi, a sapervelo spiegare che filosofo sarei?"
Oggi nostra figlia è gurita e tutti siamo maturati parecchio da quell'esperienza di vita che ha lasciato qualche cicatrice. Ma che altro sono le cicatrici, se non testimonianze di vita vissuta?
Ho imparato che una madre deve sapere quando afferrare un figlio proprio nell'attimo in cui sta inciampando, e deve comprendere quando lasciarlo cadere. Deve riuscire a guardare il suo cuore spezzarsi, mantenendo il proprio abbastanza forte per aiutarlo a guarire, poiché lei sa che egli ha scelto un dolore così grande per crescere ed è consapevole che gli errecherebbe un danno enorme se lo proteggesse da esso.
Questo, il nostro percorso verso la nuova vita di nostra figlia che ha sconfitto l'anoressia.

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