martedì 4 dicembre 2012

"Non si dimentica mai."-Bite it, parliamone. Parte seconda


Intervista a Chiara Rizzello (14 settembre 2011)

 

È possibile guarire dall'anoressia?

“Dall'anoressia è possibile guarire. Ma non vi è la certezza di guarigione e conosciamo purtroppo casi di cronicità irrisolta o anche lutti (l'anoressia è statisticamente la malattia mentale col più alto tasso di mortalità). Di certo esistono buone possibilità di uscirne fuori, col tempo, la pazienza e le giuste cure. Prima si interviene e più corretti sono gli strumenti, maggiori saranno le probabilità di guarire.”

 
Cos'è determinante perché possa avvenire una completa guarigione? (premesse, cure, ecc.)

Innanzitutto: essere riconosciuti e riconoscersi malati. L'anoressia è insidiosa perché il paziente stesso e la sua famiglia faticano, per diversi ordini di motivi, a rintracciare nell'anoressia la causa dei cambiamenti psicofisici e relazionali insorti. Una volta che l'individuo prende consapevolezza di ciò, e che la famiglia – specie se di tratta di un minorenne – fa lo stesso, è necessario rivolgersi tempestivamente ad uno specialista o meglio ancora ad un’équipe di specialisti in grado di fare una diagnosi precisa e concordare l'intervento. Essendo una patologia ad eziologia e sviluppo multifattoriale sarebbe importante un intervento che preveda diverse figure (psicologo, psichiatra, nutrizionista, dietologo, educatore,..) in collaborazione fra di loro. E' importante il supporto familiare, come pure che l'intervento coinvolga anche i membri del nucleo in cui vive il paziente. A volte si rende indispensabile il ricovero della durata di alcuni mesi in un centro specializzato. Così come non si sviluppa da un giorno all'altro, l’anoressia non guarisce improvvisamente. Una volta che il paziente sta meglio, si avvia una lunga fase di riassestamento in cui non va lasciato solo, perché può essere facilmente vittima di ricadute.”

 
Signora Rizzello, lei scriveva nel suo blog www.bricioledipane.it che il cammino verso la guarigione è difficile e molto lungo, ma anche che "essere guariti, è un altro discorso ancora"1. Cosa significa, per lei, la completa guarigione da una malattia che indubbiamente lascia un segno nell'animo di chi ne ha sofferto?

Non si dimentica mai, come non si dimentica nessuna esperienza forte della vita. Sebbene cicatrizzate le ferite restano e  concorrono a formare la nostra memoria storica, cognitiva ed emozionale, cui attingere. Guarire dalla malattia significa non consentire più ad essa di sostituirsi ad una sana risoluzione dei conflitti, esterni ed interni. Guarire è non rivolgersi più a comportamenti dannosi e disfunzionali per affrontare i problemi inevitabili della vita. Guarire è comprendere che l'anoressia non può risolverci nulla ma soltanto sostituirsi ad ogni altro aspetto della vita soffocandolo ed impedendoci di crescere e maturare, fronteggiando direttamente le difficoltà.

Guarire è una faccenda lunga anni ed anni, ma è un percorso sempre più facile, se lo si intraprende con i giusti mezzi. Il ricordo ci accompagnerà, ma arriverà un giorno in cui non solo non ci farà più male, ma saremo solo orgogliosi e felici di avercela fatta.”

 

mercoledì 17 ottobre 2012

Bite it. Parliamone.


Intervista a Chiara Rizzello*

(14 settembre 2011)

 

Lo spunto si sviluppa a partire dalle considerazioni sulla società e, più specificatamente, dal concetto filosofico di bellezza: cosa rappresenta, oggi, la bellezza? Come può influire sulla vita delle persone?

È vero che proprio il nostro concetto di bellezza riesce ad arrivare anche a generare un'infima base per lo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare?

 

Chiara Rizzello*  vive a Genova e ha fondato l'associazione di promozione sociale "Briciole di pane"1, che ha l’intento di combattere i disturbi del comportamento alimentare e aiutare famiglie e ragazze che lottano per uscirne.

 

Signora Rizzello, come definirebbe lei il concetto di "bellezza"? A suo parere, la società in generale come lo (ri)definisce ai giorni nostri?

 

“Bisogna innanzitutto ricordare che concetto di bellezza riguarda l'adesione ad un canone estetico, dunque non assoluto, ma variabile per tempo e spazio, a seconda della società in cui nasce e si colloca: la bellezza è un prodotto culturale e come tale va trattato e considerato. E come ogni prodotto culturale, sono diverse le rappresentazioni mentali a lui associate, individuali e sociali, che concorrono a diffonderlo, preservarlo e modificarlo nel tempo. E queste rappresentazioni contribuiscono a loro volta a costruire quella parte dell'identità individuale relativa alla percezione di sé, del proprio aspetto e del confronto sociale in base a questo.

L'esistenza di un concetto di bellezza siffatto è innegabile da un punto di vista culturale, anche se si prova sempre ad avere altre prospettive e punti di vista più rispettosi dell'identità individuale e della persona, che svincolino in qualche modo l'idea del bello dall'idea dell'adeguatezza, assegnando al concetto di bellezza valori più interiori e profondi, capaci di unire l'interno con l'esterno, l'essere con l'apparire: bellezza è comunicazione, è attenzione, è calore, è amore. Per sé e per l'altro. Bellezza è unicità, individualità, dialogo, relazione. Credo sia una prospettiva più difficile da afferrare nell'immediato, ma non meno vera e certamente più importante, sia da un punto di vista sociale che individuale, e sicuramente fondamentale anche sotto il profilo educativo.”

 

L'anoressia è spesso vincolata ai pregiudizi che non la definiscono una vera e propria malattia, ma di un semplice vezzo, o di una corsa al successo, o ancora al volere somigliare ad una qualche modella... è realmente così?

 

“L'anoressia, insieme alla bulimia, sono state classificate a pieno titolo malattie mentali dal DSM IV. Ma già dal 1980, nel DSM III si parlava di queste patologie. Chi si ostina, in maniera del tutto contraria agli sviluppi scientifici, a voler vedere con occhio semplicistico i disturbi del comportamento alimentare, chi li classifica come vezzi o capricci commette un grandissimo errore. Questo approccio è fatto per l’appunto di pregiudizi, sorti per la maggior parte a causa di scarsa conoscenza del problema. Il luogo comune si poggia dunque su stereotipi sociali e idee del tutto deviate sull'argomento. Come per ogni altro genere di pregiudizio, è importante conoscere, informarsi, venire in contatto con la realtà della situazione e non con le sole etichette esteriori che la società spesso ingannevolmente ci offre. E per chi è malato è altresì fondamentale non sentirsi semplicemente una persona viziata, ma riuscire a prendere consapevolezza che sta soffrendo di una malattia che va diagnosticata, curata e da cui si può guarire con gli interventi mirati e appropriati.”

 

Se non fosse così, che ruolo gioca la società nel parlare dei disturbi del comportamento alimentare? (In particolare l'anoressia)

E che atteggiamento assume tale società, una volta posta innanzi alla problematica?

 

“Come afferma il DSM IV, l'anoressia è una patologia ad eziologia multifattoriale in cui vi sono concause personali, familiari, ambientali, sociali. La società dunque, un certo tipo di società – modellata su quella che si è sviluppata nei paesi occidentali dagli anni 70 in poi – concorre ad aumentare l'incidenza dell'anoressia nella popolazione. Ma la società da sola non può ritenersi responsabile in tutto e per tutto della malattia. Il modello di persona, soprattutto di donna, elaborato e trasmesso da 30 anni a questa parte nei paesi industrializzati e globalizzati, pare sia molto dannoso da questo punto di vista. Fino ad un decennio fa si parlava pochissimo di anoressia e la società sembrava ignorare completamente questo problema. Negli ultimi anni pare che il tema venga affrontato maggiormente, anche se gli interventi proposti dai mass media sono sovente carenti, tendenziosi, incompleti se non addirittura dannosi. Solo ultimamente si sono avviate vere riflessioni su quali caratteristiche dovrebbe avere un intervento informativo sano e utile rivolto alla società, e si sta provando a redigere alcune linee guida in tal senso, ma la strada è ancora molto lunga, soprattutto nel nostro paese.”

 

Come mai questa malattia più di altre viene ancora vista come un tabù di cui è meglio non parlare ed è avvolta da così tanti preconcetti?

 

“Attorno a qualsiasi malattia mentale si addensano più preconcetti che riguardo alle malattie prettamente fisiche, probabilmente per un vizio di fondo: il cervello, organo umano al pari di cuore, fegato ed intestino, da che mondo è mondo è in realtà meno sondabile. Queste difficoltà scientifiche hanno portato ad un ritardo negli studi e hanno concorso a rafforzare pregiudizi sociali legati al fatto che "non esiste ciò che non si vede", a cui vengono attribuite cause diverse, meno incerte e più rassicuranti, perché lo stato degli studi a questo proposito è ancora arretrato.”

 

Come si può combattere questa guerra mediatica e che tipo di prevenzione può rivelarsi efficace e costruttiva?

 

“Credo che, al momento, questa non sia una battaglia da fare sul piano sociale o dai mass media, ma vedo piuttosto un intervento educativo, rivolto alle fasce d'età che vanno dalla prima infanzia (ricerche rilevano che già alla scuola materna si è bersaglio di informazioni scorrette e pressioni sociali dannose) alla tarda adolescenza se non pure più avanti. Bisogna attuare interventi tecnici precisi e puntuali, nelle scuole, che stimolino i bambini e i ragazzi a ragionare, a discernere, ad essere critici, e nel contempo che li aiutino a potenziare l'autostima e il senso di competenza di fronte alle difficoltà della vita. Parallelamente, la famiglia dovrebbe educarsi ad educare, imparando a rendere l'ambiente domestico il più neutro e sano possibile da questo punto di vista. La pubblicità fa il suo mestiere, che può essere anche deprecabile, ma non è criticandolo a parole che lo si fronteggia: piuttosto bisogna approntare e fornire strumenti indispensabili alle nuove generazioni affinché riescano a non esserne vittime inconsapevoli.”

lunedì 3 settembre 2012

La (mia) guarigione

Scrivere e descrivere quest'ultimo capitolo con metodologia puramente scientifica o di ricerca lo porterebbero a risultare scontato e privo di emozione. Quindi, ho deciso di non basarmi su fattori "concreti" e freddi. Volendo rendere l'idea del sentimento, dell'emozione che porta il "ritorno alla vita" dopo una malattia come l'anoressia che la vita può anche sottrarla, ho deciso quindi di lasciare pagina bianca ai sentimenti di una come me che ha "avuto il coraggio di tornare".

"Ho vagato a lungo alla ricerca della perfezione, tentando di esprimere quel disagio che mi portavo dentro  e che corrodeva la mia anima, arrivando a corrodere il mio corpo, le mie ossa, la mia libertà e la mia vita. I giorni sono scivolati sulla mia pelle fragile come acqua in tempesta, in un tentativo distorto e malato di "fermare il tempo". Mi sono chiusa a riccio con una forza tale che non credevo nemmeno di possedere. Era l'unica soluzione che vedevo, per difendermi da quel dolore a cui non riuscivo a far fronte.
Quei pungiglioni mi hanno permesso in un primo tempo sì la difesa, ma hanno lentamente logorato il mio sé, comportando un isolamento inconsapevole e non rendendomi più capace di provare e riconoscere le emozioni che colorano la nostra esistenza.
Trova qualcosa che ti renda felice. E fallo.
Alis, estare 2012, libera da tre anni.
È stata una discesa (di peso) all'inferno.
Poi, qualcosa è cambiato. Il fatto è che, come recitava un film: "il cambiamento può essere così costante che non senti neppure la differenza finché non cambia tutto. Può essere un processo così lento che non ti accorgi che la tua vita è meglio o peggio fino a che non è tutto diverso. Oppure il cambiamento può essere radicale, e tutto è diverso in un attimo... è capitato così a me"*.
Ho preso coscienza che rimanendo chiusa nella mia prigione dorata perdevo solamente la mia libertà e che io, di male, non volevo farmene più.
Non avevo mai sentito così intensamente la vita come quando, lentamente e con tanta forza di volontà quanta ce ne vuole per smettere di mangiare, ho cominciato la mia risalita.
Ho capito che siamo fatti per sbagliare, l'errore è la cosa più umana che possa esistere, ma anche per tornare poi indietro.
Dopo è stato un susseguirsi di emozioni rimosse e letargiche che hanno lentamente ripreso vita agli angoli della mia mente, del mio curo, come se il mio sangue si stesse lentamente scongelando e stesse tornando a scorrere nelle mie vene: nel mio corpo che riprendeva un peso in questa vita.
Poiché "la luce non nasce dalle tenebre, ma le tenebre muoiono nella luce".

domenica 2 settembre 2012

Con gli abbracci (e il sostegno) di un amico-testimonianza

Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al finaco di una ragazza anoressica
(10 agosto 2011)

"Prima di vivere quest'esperienza, io dell'anoressia avevo un'idea totalmente diversa." Le sua parole partono dall'inizio: da un problema complesso, quello sociale, che sta alla radice di questa malattia.
Ha voce ferma e decisa L., mentre io lo invito a continuare. "Ero pieno di pregiudizi che mi portavano a commettere terribili errori di valutazione. Ad esempio, pensavo che una persona potesse decidere di propria volontà di non mangiare e imputavo questo assurdo comportamento alla mera presunzione di essere migliore, più forte, più determinata di tutti gli altri. La maggior parte della gente non conosce questa malattia: pensa che quella persona stia bene, nonostante il suo corpo denutrito urli che le cose non stanno affatto così."
E allora viene naturale chidergli come questa malattia si presenta realmente, cos'è l'anoressia. "È una malttia mentale, una malattia grave e dura che purtoppo la gente , in balia dei pregiudizi e dei luoghi comuni, non riesce a considerare nella sua drammatica realtà. Io stesso sono stato, come già detto, vittima di questo meccanismo attraverso il quale ero portato a credere che i sintomi dell'anoressia fossero semplicemente dei vezzi delle persone che ne sono affette (quasi sempre ragazze), al fine di rientrare nei canoni distorti dettati dalla moda."
Egli parla con disprezzo di questi suoi vecchi pregiudizi, la voce si fa dura e mi confessa di arrivare ad odiarsi per quelle convinzioni errate che si era fatto nei confronti dell'anoressia.
Poi sorride e continua: "L'esperienza di vita, di lotta e poi di guarigione vissuta a fianco di una mia conoscente, che di questa malattia ha sofferto terribilmente, mi ha fatto ricredere.
Per prima cosa ho capito che sono molti i motivi che portano allo sviluppo dell'anoressia.
Ho compreso che si tratta di una malattia pesante, crudele e spietata tanto da arrivare a mangiarti letteralmente."
Io stessa percepisco l'intensità dell'emozione sulla cui onda L. si esprime ripercorrendo quel periodo con i suoi ricordi.
"Sono fermamente convinto che gli amici si vedano nel momento del bisogno."
Silenzio.
"Nonostante la prima reazione delle persone di fronte all'anoressia sia quella di allontanarsi, io mi sono avvicinato. Il mio unico timore era quello di farlo nel modo sbagliato. Ma su questo mi hanno potuto tranquillizzare i genitori della mia amica, dicendomi che non avrei fatto nulla di male, che non esisteva un giusto o uno sbagliato: l'unica cosa importante e preziosa era il fatto che le stessi vicino. In che modo lo facessi non aveva alcuna importanza. Ora, quando mi capita di incontrare una persona ammalata di anoressia non ho più pregiudizi e la on occhi del tutto diversi. Mi preoccupo per lei, mi chiedo: <Ce la farà o no?>"
"E questa tua amica ce l'ha fatta?"
Il volto del mio interlocutore si distende in un sorriso che traspare anche dagli occhi: "Ho provato molta ammirazione nei confronti della mia amica quando ha deciso di voler guarire, chiedere aiuto e accettare le cure. Quando ha cominciato a voler lottare per riprendersi la sua libertà, la sua vita. Adesso è libera, è guarita. Penso comunque che una malattia del genere lasci un segno. Così alle volte mi capita ancora di pensare a quei periodi difficili e mi rendo conto di quanto sia stato un grande sollievo vederla guarire.
Ricordo ancora con quanta felicità mi dicevo: <Ce la sta facendo!>. Non mi sono mai sentito in imbarazzo né a disagio durante tutto il difficile percorso verso la guarigione: mi ero avvicinato a lei e volevo fare tutto ciò che mi era possibile per sostenerla."
Gli lascio ancora un attimo di tempo perché la forte carica emotiva dei suoi ricordi si dissolva nella stanza e pian piano torno al presente. Sorge spontaneo chiedersi che cosa, con il senno del poi, avrebbe cambiato in questo percorso. C'è qualcosa che avrebbe voluto fosse diverso? E pure stavolta la risposta è sincera ed immediata: "Sono rimasto sorpreso dal fatto che in Ticino (Svizzera), per poter curare delle malattie così importanti come i disturbi dell'alimentazione, non ci siano persone competenti, né tantomeno strutture adatte. I genitori della mia amica hanno fatto molto: combattendo fermamente contro la malattia e battendosi in tutti i modi per le cure. Senza questo immenso sostegno sarebbe stato molto difficile per lei poter giungere alla guarigione attraverso le cure carenti e talvolta del tutto inadatte."
Non mi sento di aggiungere altro ad una così accorata e a mio parere corretta analisi. Per concludere gli pongo un'ultima, difficile domanda: "Come descriveresti l'anoressia, ora che tu stesso hai detto non essere più vittima di inutili pregiudizi?"
"È una malattia difficile da gestire: è un problema complesso e totalmente ambivalente, una lotta continua. Dopo questa esperienza l'immagine che mi evoca l'anoressia è quella di vedere la malattia come qualcosa di fisico e spietato, in grado di divorare letteralmente chi ne è affetto sia in senso figurato che realmente. L'anoressia arriva così ad annientare ciò che è: il corpo e l'anima di chi se ne ammala. Ma si tratta di una malattia da cui guarire è possibile, indubbiamente difficile, ma possibile."

venerdì 31 agosto 2012

Con gli abbracci (e il sostegno) di un amico-il ruolo degli amici e testimonianza a seguire.

È fondamentale dare voce a tutte le parti coinvolte e trascinate nel vortice dell'anoressia.
Ancor più importante è lasciare le parole al loro cuore.
A questo punto mi limiterò ad una breve premessa su quella parte che, forse più di tutte, mi sta a cuore: gli amici.
L'anoressia ha come prerogativa quella di essere un codice errato, prima ancora che una corazza a protezione delle proprie fragilità: un meccanismo assimilato che tramuta i propri disagi in una "cattiva o mal posta fame d'amore"*. Ciò trascina il soggetto ammalato in un circolo vizioso contro cui la sua volontà non può nulla, se non supportata nel migliore dei modi.
Credo che la costruzione della strada verso la gurigione e il raggiungimento del traguardo siano attuabili e possibili solo se la multidisciplinarietà degli aiuti viene eretta su una base talmente solida da poter resistere a qualsiasi scossa sismica provocata dall'anoressia che, dal canto suo, ha la ferrea volontà di rendere impossibile l'obiettivo della guarigione.
Queste solide fondamenta sono costituite da quelle persone (poche) che decidono di affiancare, sostenere accompagnare e stare accanto alla persona malata, in una sorta di nuova corsa verso la vita. Questa corrisponde all'inversione di tendenza della malattia, dunque ad una vera e propria fuga dalla morte.
Queste persone decidono di mettersi completamente in gioco per prime, con i propri sentimenti e le proprie emozioni. Decidono d'impugnare una spada e correre accanto alla persona anoressica, perché "gli eroi veri non stanno a cavallo"**. L'amicizia e il sentimento incondizionato d'amore che vengono trasmessi sono l'unica arma che risulterà efficace, come d'altronde cantava un cantautore italiano: "l'amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?"***.
Per questo motivo non mi divulgo oltre: le mie parole risulterebbero superflue e prive di slancio. Lascio invece voce e spazio alle considerazione cariche di sentimento di un ragazzo che, all'età di sedici anni, ha affiancato e sostenuto una sua conoscente e coetanea nella corsa verso la guarigione, tirandosi indietro giusto un attimo prima del traguardo, e permettendole così di vincere la corsa contro la sua morte e tagliare la linea dello start verso la sua vita.
Lui ne parla serenamente, ora, e meglio di chiunque altro riesce ad offrire un quadro completo di questa esperienza, di come una malattia come l'anoressia sia in grado di stravolgere la vita non solo della persona che ne è affetta, ma anche di coloro ai quali lei sta a cuore. Attraverso le sue considerazioni bene si comprende come questa malattia lasci un segno che solamente la vita, lentamente, sarà in grado non tanto di cancellare, ma perlomeno di attenuare.

Testimonianza di L., ragazzo sedicenne che è stato al fianco di una ragazza anoressica (10 agosto 2011). A seguire.

*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.215.
**Cit. F. Volo, "Esco a fare due passi".
***Cit. Ligabue, "L'amore conta".

giovedì 30 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte settima: le terapie.

Anche con tutte le premesse favorevoli, la guarigione non è possibile se il soggetto affetto da anoressia non prende coscienza in primo luogo di non essere un tutt'uno con la malattia stessa e di esserne semplicemente la vittima, e in secondo luogo deve persuadersi di poter vincere solamente abbandonando completamente la malttia.
Rispondere alla questione su quali cause stiano alla base dello svilupparsi dell'anoressia è un compito arduo per "vastità e varietà"* delle risposte. Ma altrettanto difficile è rispondere alla questione di quali siano le cure più adeguate e soprattutto efficaci. La costituzione di una cura consiste nella costruzione di una solida rete di cure ben integrate e complementari tra di loro, in quanto, come già accennato, la complessità e la durata della malattia si trasferiscono nel cammino curativo. Si può comunque ridurre tale complessità mediante una semplice esemplificazione delle principali cure che risultano essere quattro:

.La terapia dietologica consiste nel "curare il non cibo mediante il cibo"** cosa che risulta sì complessa, ma realizzabile. Di fatto, è clinicamente provato come un'alimentazione regolare sia la premessa basilare per la cura dell'anoressia. Premessa certamente difficile da accettare se non addirittura da concepire per il paziente affetto da tale malattia, il cui aspetto psicologico verrà trattato da parte della terapia psicologica. Tali terapie, per potersi rivelare vincenti, devono quindi coesistere parallelamente. Tuttavia ciò non risulta essere possibile per i casi più gravi dove il soggetto è a rischio di morte per via della grave malnutrizione. In questi casi si punta innanzitutto ad un recupero fisico, per concentrarsi poi in seguito sulla parte legata alla psicologia: difatti, al di sotto di un certo peso corporeo, oltre a mettere a repentaglio la propria vita il soggetto si trova troppo coinvolto nel meccanismo della malattia per potere anche solamente pensare ad un cambiamento di questo modo di agire patologico.
Grazie ad una corretta alimentazione si ha una diminuzione degli scompensi fisiologici che porta direttamente ad una riduzione dei disordini emozionali.***
Viene così restituito al cibo "il suo corretto ed equilibrato valore quale nutrizione e quale tranquillo e positivo senso delle cose quotidiane"****; nutrimento dunque per il corpo, ma anche per l'anima. Non a caso, a questo punto verrebbe automatico pensare alla citazione: "Siamo ciò che mangiamo." Chi può forse negarlo?

.La terapia psicologica (come già accennato) è di fondamentale importanza e persegue la strada della guarigione di pari passo a quella dietologica. Di fatto, il terrore dei pazienti di perdere il controllo patologico sul peso va parallelamente a quello di perdere il controllo su di sé.***** Terrore che deve venire elaborato mediante regolari sedute di psicoterapia, al fine di trovare come obiettivo primario le cause nascoste dietro a questa paura, mentre in secondo luogo quegli aspetti e disagi che hanno favorito lo svilupparsi dell'anoressia, fonti del perché la persona di esprime mediante il codice autodistruttivo del rifiuto del cibo.
In breve, innanzitutto durante la prima fase si tratta di riuscire ad investire tempo affinché il soggetto affetto dall'anoressia capisca il senso del suo rifiuto e di come questo abbia poco a che vedere con l'esteriorità del suo corpo.****** In una seconda fase, una volta andati alla fonte delle problematiche, si dovrà riuscire ad elaborare il tutto facendo in modo che l'espressione di un disagio non passi attraverso il codice del disturbo dell'alimentazione. Correttezza, coerenza e volontà sono parole d'ordine sia per la terapia nutrizionistica, che per quella psicologica.

.Il monitoraggio internistico ha il compito di supervisionare lo svolgersi e l'efficacia delle terapie. Al medico internista spetta dunque il compito di coordinare le cure in funzione dello stato fisico e fisiologico del paziente, affinché esse possano essere il più efficaci possibili. L'internista tiene quindi sotto stretta sorveglianza il fisico del paziente sotto tutti gli aspetti medici: peso, valori del sangue, condividendo una sintesi completa con gli altri medici della rete curante che potranno così orientare, e se caso modificare, il prosieguo e la modalità delle proprie terapie.

.Altre terapie complementari si affiancano a questi tre pilastri terapeutici essenziali. L'ergoterapia, ad esempio, e altre terapie di diverso genere, tutte col compito di coadiuvare le tre terapie principali e lavorare col malato sulla sua percezione corporea distorta e sulle sue emozioni cadute in un lungo letargo sotto il paradossale peso dell'anoressia.

Questa la sintesi delle terapie che vanno così a formare un modello di cura multifunzionale ed integrato.

*Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.163.
**Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.165.
***Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.166.
****Cit. L. Peirone, E. Gerardi, "Anoressia rabbiosa", Edizioni Psiconline, 2010, p.166.
*****Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.136.
******Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p.

mercoledì 29 agosto 2012

Il male sottile che "divora" l'anima-parte sesta: le conseguenze dell'anoressia e il ruolo dei genitori.

A questo punto, penso sia opportuno soffermarmi sugli aspetti legati all'organismo della persona affetta da anoressia e sulle conseguenze della sottoalimentazione e della carenza alimentare cronica alla quale il corpo è costretto. Un corpo malnutrito riporta conseguenze negative in ogni suo aspetto o funzione, a partire da quelle meno gravi (come ad esempio quelle legate alla disidratazione della cute), alla caduta dei capelli, alla comparsa su tutto il corpo di una sottile peluria detta lanungo (a detta degli esperti un tentativo del corpo di mantenere una giusta temperatura corporea) seguite da quei sintomi negativi come il blocco del ciclo mestruale, la riduzione del battito cardiaco e della pressione sanguigna, la diminuzione della glicemia. Sintomi che, se persistenti per lungo tempo, possono aggravarsi fino a portare alla morte. Non c'è organo che possa essere risparmiato dalle conseguenze della malnutrizione: a causa dei continui digiuni il sistema gastroenterico può subire danni talvolta irreversibili, i denti arrivano a cadere, i muscoli divengono praticamente inesistenti, le ossa si indeboliscono e cessano di crescere a causa del ridotto apporto proteico e delle alterazioni ormonali.
Il soggetto anoressico corre incontro al rischio di ammalarsi in futuro di osteoporosi. Inoltre, l'alterazione degli elettroliti, la disidratazione e il decadimento di tutte le funzioni dell'organismo, determinano frequentemente una bradicardia (riduzione del battito cardiaco) che può causare debolezza e frequenti svenimenti. Penso sia importante ribadire che uno stato persistente di malnutrizione sviluppa delle serie complicazioni organiche, che possono portare a danni permanenti o anche al decesso improvviso.*

Chi si ritrova a voler combattere l'anoressia, pertanto, si trova a dover intrapprendere una vera e propria corsa contro il tempo, oltre alla già incredibilie guerra che egli deve combattere.
E il difficile percorso verso la risalita comincia con l'accettazione della propria condizione, con una salita mostruosa.
È evidente che ad essere coinvolti in tutto il meccanismo della malattia non sia solamente il soggetto che ne è affetto ma anche la famiglia e i genitori giocano un ruolo determinante.
Tuttavia, è importante e doveroso specificare ciò che Manara stesso ribadisce, ovvero: "per quanto grande sia sempre il coinvolgimento della famiglia nei disagi dei figli, non va letto come atto di accusa."** A questo punto i genitori, frastornati e con un grandissimo senso d'impotenza di fronte al mostro dell'anoressia, nel tragitto attraverso la guarigione si ritrovano a doversi confrontare non solo con la malattia del figlio/figlia, ma anche con aspetti riguardanti loro stessi. L'obiettivo di questa terapia è quello, una volta compresa la gravità della malattia e come essa agisce, di poter disporre dei mezzi necessari per sviluppare un cambiamento che possa essere fruttuoso non solo per il malato, ma per tutto il microcosmo famigliare.

Per questo motivo, risulta evidente ed importante che i genitori stessi possano usufruire di un sostegno da parte dell'équipe medica che ha preso a carico la cura del figlio/figlia.
Comunque, affinché il percorso verso la guarigione possa conseguire in modo fruttuoso, è importante che poggi saldamente sul forte piedistallo della comunicazione, e che si tenga sempre presente il fatto che nessun espediente può funzionare se non esiste una disponibilità profonda (da ambo le parti coinvolte) a metterlo in atto:***solamente l'unione può fare la forza.
Perché il disturbo alimentare non resta solo il problema del figlio, ma diviene un vero e proprio problema familiare, in cui sono coinvolti tutti.**** Il primo passo in assoluto verso una buona gestione della problematica consiste nel riuscire a comprendere che l'anoressia non è il problema principale, ma lo specchio di una moltitudine di disagi.
Compreso ciò, risulta evidentenil fatto che risolvere la malattia sa soli non è possibile. È necessario un aiuto esterno da parte di persone competenti e specializzate nella cura dei disturbi dell'alimentazione. È provato che la psicoterapia sia la forma piû importante di trattamento dei disturbi alimentari.*****

*Dati raccolti da: M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 2002, pp. 13-14.
**Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007, p. 86.
***Cit. F. Manara, "Con gli occhi dei figli", Sperling & Kupfer, 2007 p. 122.
****Cit. M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 1996, p. 87.
*****Cit. M. Gerlinghoff, H. Backmund, "Riconoscere e curare l'anoressia e la bulimia", Red edizioni, 1996, p. 92.