Intervista a Chiara Rizzello*
(14 settembre 2011)
Lo spunto si sviluppa a partire dalle considerazioni
sulla società e, più specificatamente, dal concetto filosofico di bellezza:
cosa rappresenta, oggi, la bellezza? Come può influire sulla vita delle
persone?
È vero che proprio il nostro concetto di bellezza riesce
ad arrivare anche a generare un'infima base per lo sviluppo dei disturbi del
comportamento alimentare?
Chiara Rizzello*
vive a Genova e ha fondato l'associazione di promozione sociale "Briciole
di pane"1, che ha l’intento di combattere i disturbi del
comportamento alimentare e aiutare famiglie e ragazze che lottano per uscirne.
Signora Rizzello,
come definirebbe lei il concetto di "bellezza"? A suo parere, la
società in generale come lo (ri)definisce ai giorni nostri?
“Bisogna innanzitutto ricordare che concetto di bellezza
riguarda l'adesione ad un canone estetico, dunque non assoluto, ma variabile
per tempo e spazio, a seconda della società in cui nasce e si colloca: la
bellezza è un prodotto culturale e come tale va trattato e considerato. E come
ogni prodotto culturale, sono diverse le rappresentazioni mentali a lui
associate, individuali e sociali, che concorrono a diffonderlo, preservarlo e
modificarlo nel tempo. E queste rappresentazioni contribuiscono a loro volta a
costruire quella parte dell'identità individuale relativa alla percezione di
sé, del proprio aspetto e del confronto sociale in base a questo.
L'esistenza di un concetto di bellezza siffatto è
innegabile da un punto di vista culturale, anche se si prova sempre ad avere
altre prospettive e punti di vista più rispettosi dell'identità individuale e
della persona, che svincolino in qualche modo l'idea del bello dall'idea
dell'adeguatezza, assegnando al concetto di bellezza valori più interiori e
profondi, capaci di unire l'interno con l'esterno, l'essere con l'apparire:
bellezza è comunicazione, è attenzione, è calore, è amore. Per sé e per
l'altro. Bellezza è unicità, individualità, dialogo, relazione. Credo sia una
prospettiva più difficile da afferrare nell'immediato, ma non meno vera e
certamente più importante, sia da un punto di vista sociale che individuale, e
sicuramente fondamentale anche sotto il profilo educativo.”
L'anoressia è
spesso vincolata ai pregiudizi che non la definiscono una vera e propria
malattia, ma di un semplice vezzo, o di una corsa al successo, o ancora al
volere somigliare ad una qualche modella... è realmente così?
“L'anoressia, insieme alla bulimia, sono state
classificate a pieno titolo malattie mentali dal DSM IV. Ma già dal 1980, nel
DSM III si parlava di queste patologie. Chi si ostina, in maniera del tutto
contraria agli sviluppi scientifici, a voler vedere con occhio semplicistico i
disturbi del comportamento alimentare, chi li classifica come vezzi o capricci
commette un grandissimo errore. Questo approccio è fatto per l’appunto di
pregiudizi, sorti per la maggior parte a causa di scarsa conoscenza del
problema. Il luogo comune si poggia dunque su stereotipi sociali e idee del
tutto deviate sull'argomento. Come per ogni altro genere di pregiudizio, è
importante conoscere, informarsi, venire in contatto con la realtà della
situazione e non con le sole etichette esteriori che la società spesso
ingannevolmente ci offre. E per chi è malato è altresì fondamentale non
sentirsi semplicemente una persona viziata, ma riuscire a prendere
consapevolezza che sta soffrendo di una malattia che va diagnosticata, curata e
da cui si può guarire con gli interventi mirati e appropriati.”
Se non fosse
così, che ruolo gioca la società nel parlare dei disturbi del comportamento
alimentare? (In particolare l'anoressia)
E che
atteggiamento assume tale società, una volta posta innanzi alla problematica?
“Come afferma il DSM IV, l'anoressia è una patologia ad
eziologia multifattoriale in cui vi sono concause personali, familiari,
ambientali, sociali. La società dunque, un certo tipo di società – modellata su
quella che si è sviluppata nei paesi occidentali dagli anni 70 in poi –
concorre ad aumentare l'incidenza dell'anoressia nella popolazione. Ma la
società da sola non può ritenersi responsabile in tutto e per tutto della
malattia. Il modello di persona, soprattutto di donna, elaborato e trasmesso da
30 anni a questa parte nei paesi industrializzati e globalizzati, pare sia
molto dannoso da questo punto di vista. Fino ad un decennio fa si parlava
pochissimo di anoressia e la società sembrava ignorare completamente questo
problema. Negli ultimi anni pare che il tema venga affrontato maggiormente,
anche se gli interventi proposti dai mass media sono sovente carenti,
tendenziosi, incompleti se non addirittura dannosi. Solo ultimamente si sono
avviate vere riflessioni su quali caratteristiche dovrebbe avere un intervento
informativo sano e utile rivolto alla società, e si sta provando a redigere
alcune linee guida in tal senso, ma la strada è ancora molto lunga, soprattutto
nel nostro paese.”
Come mai questa
malattia più di altre viene ancora vista come un tabù di cui è meglio non
parlare ed è avvolta da così tanti preconcetti?
“Attorno a qualsiasi malattia mentale si addensano più
preconcetti che riguardo alle malattie prettamente fisiche, probabilmente per
un vizio di fondo: il cervello, organo umano al pari di cuore, fegato ed
intestino, da che mondo è mondo è in realtà meno sondabile. Queste difficoltà
scientifiche hanno portato ad un ritardo negli studi e hanno concorso a
rafforzare pregiudizi sociali legati al fatto che "non esiste ciò che non
si vede", a cui vengono attribuite cause diverse, meno incerte e più
rassicuranti, perché lo stato degli studi a questo proposito è ancora
arretrato.”
Come si può
combattere questa guerra mediatica e che tipo di prevenzione può rivelarsi
efficace e costruttiva?
“Credo che, al momento, questa non sia una battaglia da
fare sul piano sociale o dai mass media, ma vedo piuttosto un intervento
educativo, rivolto alle fasce d'età che vanno dalla prima infanzia (ricerche
rilevano che già alla scuola materna si è bersaglio di informazioni scorrette e
pressioni sociali dannose) alla tarda adolescenza se non pure più avanti.
Bisogna attuare interventi tecnici precisi e puntuali, nelle scuole, che
stimolino i bambini e i ragazzi a ragionare, a discernere, ad essere critici, e
nel contempo che li aiutino a potenziare l'autostima e il senso di competenza
di fronte alle difficoltà della vita. Parallelamente, la famiglia dovrebbe
educarsi ad educare, imparando a rendere l'ambiente domestico il più neutro e
sano possibile da questo punto di vista. La pubblicità fa il suo mestiere, che
può essere anche deprecabile, ma non è criticandolo a parole che lo si
fronteggia: piuttosto bisogna approntare e fornire strumenti indispensabili
alle nuove generazioni affinché riescano a non esserne vittime inconsapevoli.”